Mani Pulite: processo o complotto?
Mani Pulite Processo Alla Corruzione O Complotto Politico? (1/9)
Oggi, come ieri, è più che mai di attualità la vicenda di “Mani pulite”. Se ne è parlato ad Annozero del 21 gennaio 2010. Se ne è parlato in occasione del decennale della morte di Craxi, se ne parla sui quotidiani più diffusi ecc. Per questo mandiamo in onda N.ro 9 video del Convegno svoltosi a Milano in data 13 marzo 2004 su “Mani Pulite” che hanno visto coinvolti sociologi,avvocati, politici e magistrati. E’ la prima riflessione organica sulla famosa vicenda giudiziaria italiana. Mi auguro che sia Vostro gradimento.
Mani Pulite Processo Alla Corruzione O Complotto Politico? (1/9)
Fonte=aieiesbrazorf 16 gennaio 2010
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NOSTRO COMMENTO: Aspetto i Vostri commenti che, sicuramente, contribuiranno a fare luce sulla vicenda di Mani pulite!
Travaglio sul processo breve
Processo breve, processo morto – Marco Travaglio
Fonte:StaffGrillo
Buongiorno a tutti, si tratta di capire che cosa è questo processo breve e se davvero l’intenzione di Berlusconi è quella di andare fino in fondo con questa legge che ammazza definitivamente la giustizia, o se non si tratta semplicemente dell’ennesima pistola carica poggiata sul tavolo, anzi puntata alla tempia delle opposizioni e del Quirinale per estorcere loro qualcos’altro, qualcosa di peggio. Intanto vediamo quale è la minaccia, ossia quale è il testo della legge che è stato approvato l’altro giorno da una delle due Camere, in attesa che venga approvato dall’altra: è stato approvato al Senato, dove il Presidente, tra l’altro, è prono a tutto e adesso si stabilirà quando ci sarà la votazione alla Camera e se ci sarà la votazione alla Camera, ma per capire quello che sta succedendo intanto vediamo quali saranno i danni, perché il processo breve non è più quello che era stato inizialmente firmato da Gasparri, Quagliariello e Pricolo, capogruppo della Lega Nord, di cui avevamo parlato qualche settimana fa, il testo è cambiato e, se è possibile, è addirittura peggiorato, ma l’hanno modificato perché temevano che fosse troppo incostituzionale persino per i gusti di un uomo di bocca buona come il Capo dello Stato.
La legge porcata passata al Senato
Il problema è che i profili di incostituzionalità restano, ma sono altri rispetto a quelli della prima versione, quindi vediamo: inizialmente sapete che il processo breve era un processo di sei anni, suddivisi in due anni per il primo grado, due anni per l’appello e due anni per la Cassazione, adesso ci sono delle variazioni.
Intanto il procedimento per i reati sotto i dieci anni, puniti con pena inferiore ai dieci anni è diverso da quello per i reati puniti con pene superiori ai dieci anni e conseguentemente cominciamo a vedere che cosa succede per i processi puniti con pene inferiori ai dieci anni, che sono poi il 90% dei processi che si celebrano in Italia, perché sono quelli che riguardano la stragrande maggioranza dei reati, i più diffusi, poi vi dirò quali. Per questi processi, cioè per la stragrande maggioranza dei processi, la durata massima consentita sarà di sei anni e mezzo così suddivisi: tre anni per il primo grado, due anni per l’appello e un anno e mezzo per la Cassazione. Si dirà “ ce ne è a sufficienza”: non credo, perché intanto per cominciare c’è una piccola truffa, in quanto, quando si dice tre anni per il primo grado, non si dice che dal momento in cui inizia il processo di primo grado al momento in cui arriva la sentenza di primo grado devono passare tre anni, ce la si potrebbe fare, almeno per i processi più semplici; si dice una cosa diversa, si dice che dal momento della richiesta del rinvio a giudizio del Pubblico Ministero, al momento della sentenza di primo grado non possono passare più di tre anni: che cosa vuole dire? Che in quei tre anni il Pubblico Ministero deve concludere le indagini, formulare la richiesta di rinvio a giudizio.. anzi, no, scusate: sì, formulare la richiesta di rinvio a giudizio, aspettare che il G.I.P. fissi l’udienza preliminare, celebrare l’udienza preliminare davanti al G.I.P. e le udienze preliminari possono durare anche un anno o due anni; finita l’udienza preliminare, se il G.I.P. rinvia a giudizio l’imputato o gli imputati, bisogna aspettare che il Tribunale fissi la prima udienza del dibattimento, celebrare tutto il dibattimento, arrivare alla sentenza di primo grado, il tutto senza che siano passati tre anni, se sono passati tre anni il processo è già morto, viene dichiarato estinto dal giudice di primo grado.
Se per caso – cosa rarissima, viste le forze attualmente disponibili nei tribunali – si riesce a scavallare il primo ostacolo, bisogna poi fare il processo d’appello in due anni, se si riesce a scavallare anche la tagliola dei due anni per l’appello, bisogna poi portare tutte le carte a Roma e sperare che la Cassazione ce la faccia a celebrare il giudizio ultimo entro un anno e mezzo. Questa è la regola e quindi, quando sentite Gasparri parlare di dieci o quindici anni per i processi, non sa quello che sta dicendo, o forse lo sa e mente, chi lo sa? In ogni caso, se poi la Cassazione, invece di chiudere il processo con una conferma della sentenza di appello, oppure con un annullamento della sentenza di appello e con un rinvio al processo, se rinvia in primo grado e poi c’è un altro appello ci sarà un anno per ogni grado di giudizio aggiuntivo, se invece rinvia in appello ci sarà un anno per il nuovo processo d’appello e poi un anno per il processo in Cassazione e questo riguarda i reati più diffusi, ossia quelli puniti con pene inferiori ai dieci anni, per cui stiamo parlando di reati come il furto, la rapina, lo scippo, lo spaccio, l’associazione a delinquere, la truffa, lo stupro, la molestia, l’aborto clandestino, l’incendio, i reati ambientali, i reati finanziari, tributari, di bilancio, contabili, tutti i reati contro la Pubblica amministrazione, abuso d’ufficio, corruzione, corruzione giudiziaria, falsa testimonianza, calunnia, sequestro di persona non a scopo di estorsione, ricettazione, violenze in famiglia, lesioni, violenza privata, oltraggio a pubblico ufficiale etc. etc., la gran parte dei processi, il traffico di droga non gravissimo. Poi ci sono i processi per i reati che sono puniti con una pena che supera i dieci anni: per questi ci sarà, per il primo grado, un tempo di quattro anni, per l’appello lo stesso tempo degli altri, sempre due anni e per la Cassazione un anno; non si capisce per quale motivo la Cassazione, per i reati puniti più gravemente, dovrà fare più in fretta che non per i reati puniti meno gravemente, mistero!
Ultimo scaglione, i processi per i reati di mafia e di terrorismo: lì in primo grado si potrà fare fino a cinque anni, in appello fino a tre e in Cassazione due, per esempio il processo Dell’Utri sarebbe morto, perché il processo per mafia a Dell’Utri è durato tantissimo, dovendosi sentire tantissimi testimoni e essendo il Tribunale di Palermo ultracongestionato, come sono i tribunali che si occupano di mafia: pensate ai tribunali in Calabria, ai tribunali in Campania, sono tutti oberatissimi e quindi non ce la fanno. Il giudice però potrà prorogare la durata fino a un terzo in più, nel caso in cui i procedimenti siano molto complessi e abbiano molti imputati: il caso Dell’Utri ne aveva solo due e quindi sarebbe stato escluso e sarebbe morto e sepolto.
La norma transitoria contro i cittadini
Questo per i processi a regime, ossia per i processi che cominceranno da quando la legge entrerà o entrasse in vigore in giù e per i processi cominciati prima? Norma transitoria: la norma transitoria dice che tutti i processi per i reati in corso, ovviamente, per i reati commessi fino al 2006 e quindi che beneficiano di quello sconto di pena di tre anni, previsto dall’indulto del 2006, che siano puniti con pene inferiori ai dieci anni e quindi tutti i reati commessi prima del 2006 che rientrano nella prima categoria, quella del processo brevissimo, soggiacciono alle stesse regole del processo brevissimo, per cui bisognerà fare, anzi bisognerà avere già fatto il primo grado in tre anni, l’appello in due anni e la Cassazione in un anno e mezzo.
Se sono passati tre anni dalla richiesta di rinvio a giudizio e non è ancora stata pronunciata la sentenza di primo grado, questi processi muoiono, si estinguono, quindi sono già estinti i processi a Berlusconi, perché? Perché il processo Mills e il processo Mediaset sono iniziati con la richiesta di rinvio a giudizio da più di tre anni e quindi sono morti e sepolti, cancellati. Insieme a quelli rischiano di essere già morti o di morire presto anche i processi per l’aggiotaggio delle banche, come nel caso Parmalat, il processo Cirio, i processi per lo spionaggio della Telecom e della Pirelli, i processi per le scalate bancarie dell’Antonveneta e della BNL, i processi per lo scandalo della monnezza, dei rifiuti in Campania, quello a carico dell’Impregilo e di Bassolino, i processi per grandi mazzette come quelli di Enipower e Enelpower, che andranno addirittura restituite, visto che sono state nel frattempo sequestrate. I processi per la vendita di derivati, ossia di prodotti tossici, a alto rischio ai comuni e agli enti locali, che stanno devastando, sono una cancrena che sta devastando le casse di molti enti locali, si parla perfino di possibile estinzione del processo per la strage di Viareggio, la strage alla stazione di Viareggio, quell’esplosione gigantesca e poi si parla di altri processi ancora, anche l’omicidio colposo plurimo – me l’ero dimenticato – tra quelli puniti con pene sotto ai dieci anni è compreso in questa tagliola del processo brevissimo. La porcheria è stata approvata dall’aula del Senato – l’abbiamo detto prima – il 20 gennaio con 163 sì, i voti del PDL, 130 no (PD, Udc e Italia dei Valori) e due astenuti. Ci sono, oltre a quelle che vi ho raccontato, altre tre furbate, cioè altri tre codicilli che sono nascosti dentro questa legge, dei quali pochi si sono accorti, almeno fino a quando non è stata approvata, perché sono degli emendamenti o delle frasette che in apparenza non significano nulla e in realtà aggravano ulteriormente la situazione. Ve li sintetizzo: il primo è incomprensibile, se uno lo legge, ecco perché l’hanno capito in pochi, compresi secondo me molti di quelli che l’hanno votato, o che hanno votato contro e dice che “il Pubblico Ministero deve assumere le proprie determinazioni in ordine all’azione penale entro e non oltre tre mesi dal termine delle indagini preliminari. Da tale data iniziano comunque a decorrere i termini di cui ai commi precedenti, se il Pubblico Ministero non ha già esercitato l’azione penale ai sensi dell’articolo 405”. Quale è la traduzione di questo ostrogoto? Intanto che cosa vuole dire che il Pubblico Ministero esercita l’azione penale? Il Pubblico Ministero esercita l’azione penale quando chiede il rinvio a giudizio di un indagato che, da quel momento, assume le vesti di imputato, questo è l’esercizio dell’azione penale. Dice, questo codicillo da azzeccagarbugli, che se il Pubblico Ministero non chiede il rinvio a giudizio, cioè non esercita l’azione penale entro tre mesi da quando gli sono scaduti i termini dell’indagine, comunque al terzo mese dalla scadenza dell’indagine parte il calcolo del tempo, ossia di quei tre anni entro i quali bisognerà completare il processo di primo grado e conseguentemente, se non chiede il rinvio a giudizio entro tre mesi dalla scadenza delle indagini, il calcolo del tempo per ammazzare il processo dopo tre anni non parte dalla richiesta di rinvio a giudizio, parte da quando sono passati tre mesi dalla scadenza delle indagini e quindi molto prima della richiesta di rinvio a giudizio. Si dirà “ è sufficiente che il Pubblico Ministero chieda il rinvio a giudizio entro e non oltre i tre mesi dalla scadenza delle indagini”: già, fosse facile! Perché non è facile chiedere il rinvio a giudizio entro tre mesi dalla scadenza delle indagini? Perché tra la scadenza delle indagini e la richiesta di rinvio a giudizio c’è una cosina che si chiama deposito degli atti alle parti, prevista, se non erro, dall’articolo 415 bis; che cosa dice quest’articolo? Dice che il Pubblico Ministero non è che, quando finisce le indagini, chieda subito il rinvio a giudizio: era così una volta, poi il centrosinistra, con una delle furbate escogitate negli anni dal 96 al 2001 per allungare ulteriormente i processi e mandare un po’ di processi di tangentopoli in prescrizione, si è inventata il deposito degli atti. Che cosa vuole dire? Vuole dire che, quando il Pubblico Ministero ha finito le indagini, perché gli sono scadute, sapete che le indagini possono durare un certo tempo e non di più, dal momento in cui l’indagato viene iscritto nel registro degli indagati parte un certo tempo, che può essere sei mesi prorogabili fino a un anno e mezzo e fino a due anni per i reati di mafia, quindi al massimo in due anni le indagini dal momento dell’iscrizione nel registro devono finire, nel momento in cui ti scade l’indagine tu devi trarre le tue conclusioni e devi chiedere agli Avvocati e alle parti civili, alle parti offese se hanno qualcosa da ridire sulle indagini di cui gli hai depositato gli atti, conseguentemente devono avere il tempo di leggersele e poi di chiederti di fare delle cose che magari, secondo loro, non hai fatto tu, Pubblico Ministero e hanno venti giorni di tempo per chiedere al Pubblico Ministero di sentire l’indagato, se non è stato sentito, oppure di sentire altre persone che interessano all’indagato, oppure di fare dei supplementi di indagini che interessano all’indagato; dopodiché il magistrato deve fare questi interrogatori, questi atti etc. e poi li deve depositare, dopo averli fatti. Soltanto a quel punto può chiedere il rinvio a giudizio, oppure l’archiviazione: chiede il rinvio a giudizio, poi bisogna fare l’udienza preliminare, poi bisogna fare il rinvio a giudizio, poi bisogna fissare il processo, dopodiché inizia il processo di primo grado. Capite che è impossibile che in tre mesi dalla fine delle indagini il Pubblico Ministero chieda il rinvio a giudizio, perché in mezzo c’è il deposito degli atti, ci sono gli atti da compiere, gli interrogatori nuovi che ha chiesto la difesa o magari anche la parte offesa e quindi non si riesce mai a fare tutto in tre mesi. La sabbia nella clessidra, quella sabbia che, ultimati i tre anni, ucciderà il processo comincia a scendere ben prima della richiesta di rinvio a giudizio: non solo, ma nei processi dove c’è più di un indagato molto spesso gli indagati non vengono iscritti tutti nello stesso momento; prendete, per esempio, il processo per il sequestro di Abu Omar, Abu Omar viene rapito, poi si scopre che l’hanno rapito tizio e caio degli agenti della Cia, poi si scopre che c’era anche un Maresciallo del Ros, poi si scopre che all’ideazione avevano partecipato anche i vertici del Sismi, nell’ipotesi d’accusa il Generale Pollari, i favoreggiatori Pio Pompa, il giornalista Farina etc., quindi via via vengono iscritti e ciascuno ha una durata delle proprie indagini che parte dal momento in cui è stato iscritto, per cui le indagini non durano da tale data a tale data per tutti, durano sempre la stessa durata, ma spostata a seconda del momento in cui i vari indagati sono stati iscritti nel registro. Alla fine il magistrato fa poi un’unica richiesta per tutti, che arriva naturalmente molto dopo che sono scadute le indagini per il primo dei suoi indagati, perché deve aspettare che scadano anche le indagini per l’ultimo dei suoi indagati. Invece qua la scadenza delle indagini vale per il primo che è stato iscritto nel registro degli indagati e quindi molto spesso il tempo per cominciare a calcolare i tre anni dell’estinzione del processo partirà, per il primo degli indagati, prima ancora che siano scaduti i termini delle indagini per l’ultimo degli indagati: capite che è molto retrodatato il momento in cui parte il famoso conteggio, il famoso timer che inizia a ticchettare, i tre anni che vengono chiamati i tre anni del primo grado; in realtà, per il processo di primo grado, resterà molto poco, non tre anni, perché il resto è stato consumato prima: scadenza delle indagini, compimento degli atti, deposito degli atti supplementari, richiesta di rinvio a giudizio, udienza preliminare e rinvio a giudizio. Ecco perché quei tre anni non basteranno mai per fare i processi, quindi i processi moriranno addirittura in primo grado.
L’emendamento liberi tutti
La seconda furbata – vado veloce, perché le altre sono più facili da spiegare – è l’emendamento che estende questo colpo di spugna non solo alle persone fisiche, ossia all’imputato Marco Travaglio, ma anche alle persone giuridiche, cioè all’eventuale società di Marco Travaglio per la responsabilità amministrativa, in base alla legge 231 /2001. Perché è importante questo?
Perché sono imputati in questi scandali non soltanto gli amministratori delle società, ma anche le società, che rischiano di dover pagare delle somme enormi: pensate all’Impregilo per lo scandalo della monnezza quanto dovrebbe pagare, se venisse condannata, pensate alla Telecom, se venisse condannata la sua security quando dovrà risarcire alle persone che erano state spiate. Ebbene, con questa roba muore anche la responsabilità delle persone giuridiche e la terza furbata è un emendamento firmato dal Senatore Valentino, che allarga la durata massima dei processi, ossia la morte dei processi prima che finiscano, anche a quelli per danno erariale davanti alla Corte dei Conti, non solo per i reati penali, ma anche per quelli contabili. I processi si estinguono se, dall’atto di citazione della Corte dei Conti, sono trascorsi più di tre anni senza che sia stato emesso un provvedimento di primo grado, o due anni se non si è definito il processo d’appello. Naturalmente davanti alla Corte dei Conti ci sono molti amministratori pubblici: sono 7.000, credo, i procedimenti in corso davanti alla Corte dei Conti, molti di questi saranno falcidiati da questa regola. Lo Stato rinuncerà a incassare un sacco di soldi, eppure non sono processi nei quali, per dire, l’imputato rischia la galera o rischia limitazioni della sua libertà: sono semplicemente delle questioni di soldi, a un certo punto arriva una sanzione e, se la devi pagare, la paghi. Queste sanzioni pecuniarie saranno cancellate, se il processo davanti alla Corte dei Conti non durerà tot e, naturalmente, davanti alla Corte dei Conti, addirittura condannati in primo grado a risarcire per le consulenze d’oro indebite che hanno concesso nella loro funzione, ci sono, per esempio, l’ex Ministro Castelli, la Sindaca di Milano Letizia Moratti e, tra i vari citati dalla Corte dei Conti, c’è anche il Senatore Valentino, autore dell’emendamento che potrebbe mandare a monte il suo procedimento, che è aperto da diverso tempo, quindi abbiamo di fatto un’amnistia per gli imputati, un’amnistia di fatto per le società e un’amnistia di fatto anche per i pubblici amministratori e i politici che hanno danneggiato lo Stato facendogli spendere dei soldi che lo Stato non avrebbe dovuto spendere, se loro avessero amministrato bene i loro ministeri e i loro enti locali. Capite che stiamo parlando di un’ecatombe, stiamo parlando di qualcosa di infinitamente peggio dell’indulto, visto che l’indulto si limitava a scontare pure tre anni, che erano una cosa enorme, ma qui addirittura si estingue il processo, cioè via il processo, via il reato, non c’è più responsabilità. Se uno ha subito un torto deve andare addirittura dal giudice civile a chiedere i danni, pagandosi l’Avvocato, ricominciando tutto daccapo e non avendo neanche una sentenza penale che faccia stato in sede civile, quindi sarà tutto enormemente più dispendioso e più complicato. Questa è la situazione, l’ipotesi è che sia semplicemente una pistola puntata per intimidire innanzitutto la Corte di Cassazione, che il 25 febbraio dovrà decidere se confermare o annullare la condanna di David Mills, perché se la Cassazione dovesse annullare la condanna di David Mills di fatto annullerebbe anche la responsabilità di Berlusconi: sapete che Mills è condannato perché corrotto da Berlusconi e quindi, se venisse annullata la condanna a Mills, di fatto verrebbe salvato anche Berlusconi dall’accusa di aver corrotto Mills.
Il ricatto
Stanno ricattando, con questa legge, la Cassazione e le stanno dicendo “ o salta il processo Mills, oppure saltano tutti i processi, o quasi tutti”, questo è il ricatto, accompagnato insieme al bastone dalla carota, ossia da un emendamentino che sta vagando in Parlamento, pronto a entrare in qualsiasi provvedimento omnibus, che allunga la carriera dei magistrati da 75 a 78 anni, esattamente quello che serve al Presidente attuale della Cassazione, Carbone, che sta per andare in pensione e invece si vedrebbe prorogare in carica per altri tre anni.
Qualcuno ha parlato di una captatio benevolentiae in vista della sentenza della Cassazione su Mills. Ma questa è anche una pistola puntata nei confronti del Capo dello Stato e dell’opposizione, di quella che chiamiamo opposizione, a proposito almeno del PD o dell’Udc, per dire “ se volete salvare la giustizia da questa catastrofe non avete che da regalarci un’altra soluzione che salvi Berlusconi dai suoi processi, senza farci pagare il prezzo sociale di questa gigantesca amnistia e quindi ci date il legittimo impedimento”, ossia una legge che renda legittimi anche gli impedimenti più pretestuosi, purché li accampi Berlusconi, per cui se dice “ ho le escort che vengono a trovarmi” il Tribunale deve dire “ ah, beh, allora non si tiene l’udienza”, perché qualunque impedimento lui accampi sarà legittimo, anche se è illegittimo diventerà legittimo per legge, oppure – ma per questo ci vorrà più tempo – una norma costituzionale che reiteri il Lodo Alfano sulle impunità delle cinque cariche dello Stato, oppure che reintroduca l’immunità parlamentare, ossia la famosa autorizzazione a procedere, saggiamente abrogata dal Parlamento nel 93. Vedremo se la Cassazione si farà ricattare assolvendo Mills, vedremo se il PD, l’Udc e il Quirinale regaleranno una leggina a Berlusconi, il quale non sembra, ma è abbastanza in difficoltà, perché se lo costringeranno a approvare questa legge è vero che cancellerà i suoi processi, ma è anche vero che lo farà con una legge chiaramente incostituzionale, che creerà un sacco di casino, manderà salvi un sacco di delinquenti, diventerà per lui una tragedia di immagine, perché ogni giorno avremmo sui giornali i nomi e i cognomi dei criminali che esultano e escono vincitori dai processi, con il giudice che si arrende a mani alzate e quindi pagherà un prezzo tale e quale a quello che pagò il centrosinistra dopo l’indulto, uno stillicidio continuo di impuniti, anche di criminali comuni. Dopodiché rischierà che la Corte gli cancelli pure questa leggina, questa legge schifosa, perché è anch’essa, ovviamente, incostituzionale e quindi che i suoi processi riprendano.
Il centrosinistra, se esiste ancora un centrosinistra e se esiste ancora un’opposizione, ha tutto l’interesse a che Berlusconi approvi la legge sul processo breve, paghi le conseguenze di impunità generalizzata, in controtendenza con le promesse di sicurezza che aveva fatto in campagna elettorale, e dopodiché si veda bocciare questa legge dalla Corte Costituzionale. Sarebbe perfetto, un’opposizione degna di questo nome starebbe ferma e non gli darebbe assolutamente nessun contentino alternativo e lo lascerebbe, finalmente, andare a sbattere il muso contro le conseguenze generali dell’impunità che lui, per garantire a sé stesso, dovrebbe garantire a tutti. Temo che il Partito Democratico e l’Udc invece opteranno per l’altra soluzione: subire il ricatto, pagare il pizzo, salvare Berlusconi sia dai processi e sia dalle conseguenze di una legge come la blocca processi, probabilmente gli daranno qualcosa che salvi soltanto lui, a meno che gli elettori del PD e dell’Udc – diciamo del PD, perché quelli dell’Udc sono abituati a qualunque cosa, vedi Cuffaro – si facciano sentire in questo periodo di campagna elettorale, scuotano i loro leaders con lettere, incontri pubblici, mail etc. etc. per pregarli, almeno stavolta, di stare fermi e di non agitarsi per difendere il Cavaliere, così magari una volta tanto pagherà qualche pedaggio di impopolarità anche lui!
Passate parola e continuate a leggere Il Fatto Quotidiano. Grazie e buona settimana.
Il cardinal Bagnasco fà lezioni di morale…
«L’immigrato è uno di noi; noi italiani siamo stati immigrati, e prima di noi lo è stato Gesù»
Bagnasco: «Sogno una nuova generazione di politici cattolici» Il presidente della Cei: «Disarmare gli animi per il bene del Paese. Le riforme sono l’obiettivo urgente»
Fonte: il corriere.it 25 gennaio 2010
MILANO – Il presidente dei vescovi italiani, card. Angelo Bagnasco, ha un «sogno»: quello di veder nascere in Italia una nuova generazione di politici cattolici. Lo ha detto lui stesso aprendo a Roma i lavori del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana. Il porporato ha confidato ai suoi confratelli «un sogno, di quelli che si fanno ad occhi aperti e dicono una direzione verso cui preme andare». «Mentre incoraggiamo i cattolici impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani, vorrei – ha spiegato – che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti».
LA CRISI – Bagnasco ha toccato numerosi argomenti. A proposito della crisi economica, ha affermato che sta per essere superata: l’Italia, sostiene il presidente dei vescovi italiani, «è incamminata verso una fase di prudente ma indubitabile recupero». «Mentre la crisi imperversava – ricorda – ci è parsa almeno in parte al riparo dagli scossoni più violenti, oggi sembra aver colto con una certa prontezza la via della ripresa. E questo grazie ad una serie di salvaguardie del nostro sistema economico e finanziario complessivo, che sono state rafforzate, ma anche grazie all’intraprendenza delle nostre imprese che hanno saputo fronteggiare l’inasprimento delle condizioni del mercato attraverso il riposizionamento strategico del proprio impianto produttivo». Bagnasco ha però invitato il sistema bancario ad attuare una politica del credito che, senza farsi avventata, sappia tuttavia essere scrupolosamente più attenta alle esigenze delle aziende in affanno» e uno alla classe politica perché «intensifichi tutti i meccanismi che possono attenuare l’angoscia di chi, in seguito a licenziamento, ha perso la propria fonte di sostentamento o è in cassa integrazione»:
RIFORME – Il presidente dei vescovi italiani ha quindi lanciato un appello affinché la politica centri l’obiettivo «urgente, ma colpevolmente sempre rinviato» delle riforme, caldeggiato «molto opportunamente» da Giorgio Napolitano. «Il Paese – ha detto il porporato – ha bisogno di uscire dalle proprie pigrizie mentali, dai pregiudizi ammantati di superiorità, per essere meglio consapevole delle risorse e delle qualità di cui dispone, per dare una giusta considerazione ai successi conseguiti ad esempio sul fronte della lotta alla criminalità, o dell’eccellenza tecnologica, o della ricerca medico-scientifica, o della bio-alimentazione, o dell’industria creativa. Occorre essere fieri del proprio buon nome, della propria fatica, dell’impegno speso senza vanità e che, quando c’è, non può essere annullato da nessuno». Bagnasco ha proseguito dicendo che serve un «disarmo» in politica, invitando classe politica e media a rinunciare «a far prevalere analisi finalizzate a giustificare unicamente il proprio progetto ritenuto pregiudizialmente il migliore».
IMMIGRAZIONE – Bagnasco ha poi ricordati i fatti di Rosarno, affermando che la vicenda «non può ipotecare con un colpo solo l’immagine di un intero territorio che proprio ora deve invece trovare la forza per uscire dall’emergenza», ma deve tuttavia far riflettere sulle cause che l’hanno provocata. Tra queste, il porporato ha indicato «la condizione del tutto critica in cui abitualmente vive una parte degli immigrati presenti nel nostro Paese», «uno standard non accettabile», ha detto Bagnasco, aggiungendo: «Così non si può, così non è umano». E poi: «Niente può farci dimenticare questa verità: l’immigrato è uno di noi; noi italiani siamo stati a nostra volta immigrati, e prima di noi lo è stato Gesù».
NOSTRO COMMENTO: La Chiesa prima di far ammonimenti e dettar norme di comportamento agli altri dovrebbe dare uno sguardo all’ interno del clero. Come può la Chiesa avere l’ardire di parlare di altruismo, carità verso gli altri, soprattutto, se immigrati, quando la Chiesa tiene ancora in vita una Associazione come l’Opus Dei, che non si capisce bene che cosa sia. Molti degli stessi adepti sono fuggiti inorriditi dalle cose inspiegabili che avvenivano ed avvengono all’interno di questa chiamiamola “associazione”. (Leggi su questo stesso Blog il Nostro articolo su l’Opus Dei Story) Molti adepti hanno scritto interi libri per testimoniare quello che accade. (Leggi “Opus Dei segreta” di F. Pinotti e “Dentro l’Opus Dei” di Emanuela Provera (numeraria dell’Opus Dei). Un’altra piaga nell’ambito del clero sono i cd “Preti pedofili” (Guarda i video su questo Blog) che la Chiesa inspiegabilmente si ostina a difenderli ed a nasconderli invece di consegnarli alla competente autorità giudiziaria. Su questo schifo esiste una copiosa documentazione di video e di filmati (non solo su questo Blog ma anche su Youtube). Infine un’altra perla della Chiesa è lo IOR (la Banca del Vaticano) Chi si vuole documentare al riguardo legga “Vaticano S.p.A.” di Gianluigi Nuzzi. Si riporta dal libro:”…. spericolate operazioni finanziarie mascherate da opere di carità e fondazioni di beneficienza. Tutto grazie all’archivio di Mansignor Roberto Dardozzi (1922-2003). Titoli di Stato scambiati per riciclare danaro sporco. I soldi di Tangentopoli, la Maxitangente Enimont sono passati dalla Banca perfino il denaro lasciato dai fedeli per le Sante Messe è stato trasferito in conti personali con le più abili alchimie finanziarie. Lo IOR ha funzionato come una banca nella banca. Una vera e propria “lavanderia” nel centro di Roma utilizzata anche dalla Mafia e per spregiudicate avventure politiche. Un paradiso fiscale che non risponde al alcuna legislazione diversa dal quella dello Stato del Vaticano. Tutto in nome di Dio.”
A questo punto ci si chiede: come può la Chiesa ergersi a maestra di morale e di vita soprattutto nel nome di Dio? Allora Noi diciamo, per essere benevoli, cominci la Chiesa a spogliarsi dei beni che conserva in Vaticano e nello IOR (dove risiedono centinaia di miliardi! E la gente muore di fame!) Li doni ai poveri secondo il Verbo Divino e come ha fatto Gesu’ Cristo tanti secoli addietro. Come ha fatto S. Francesco. Cominci la Chiesa ad aiutare veramente i poveri e fare la CARITA’ (La carità che la Chiesa afferma di fare oggi è solo una briciola a fronte delle ricchezze ingenti che possiede) che DIO ha predicato per tanti secoli! Cominci a fare questo – PRIMA – e – DOPO – FORSE… potrà parlare di uso di carità, amore verso il prossimo, immigrati, ecc.. Prima: CERTAMENTE NO! S. Agostino, tanti secoli addietro, diceva: “Noli foras exire in te ipsum redi in interiore homine habitat Veritas” In parole povere: FATEVI UN ESAME DI COSCIENZA. ESAMINATE PRIMA VOI STESSI PER TROVARE LA VERITAS E POI RIVOLGETEVI AGLI ALTRI. La Chiesa deve fare pulizia all’interno del clero per togliere le mele marce se vuole essere credibile. Così come è ora incanta solo gli “allocchi” ed i politici interessati a tenersi buona la Chiesa che fà politica.. Noi siamo cristiani. Siamo Cattolici. Ma non apparteniamo alla Chiesa attuale. Il Nostro è un libero pensiero che combatte e segnala queste storture che avvengono nella Chiesa di Cristo. Cardinal Bagnasco! Crede proprio che gli Italiani e, nella fattispecie, i cattolici, siano proprio così stupidi ?
BUON NATALE !
BUON NATALE A TUTTI!
Per i vostri bimbi
Coro Dei Bambini, Elisa Mutto E Linda Cobelli-Bianco Natale (magnifiche foto!)
FONTE:UnGrandeAmore
Genchi su Spatuzza
Genchi: “Due o tre cose che so di Spatuzza”
Scritto da Edoardo Montolli Mercoledì 23 Dicembre 2009 20:58
Parla il superesperto di intercettazioni telefoniche: “Il mafioso che accusa Berlusconi fece importanti chiamate nei giorni delle stragi”. Ma conversava anche col misterioso La Lia, sul cui numero chiamavano boss e politici
Palermo, dicembre. Tutto era cominciato con un’intervista, poco più di un anno fa, sulle colonne di questo giornale. Spiegò cosa fosse la sua banca dati informatica, il cosiddetto «archivio Genchi».
Mi disse: «Raccontiamo la verità in un libro. Dal perché allontanarono me e De Magistris in Why Not?, alle indagini sulle stragi del ’92 e ‘93 che fui costretto ad abbandonare». Rispetto ad allora, Gioacchino Genchi, 49 anni, consulente telematico di magistrati di mezza Italia, pesa una quarantina di chili di meno. Da luglio sta testimoniando alla Procura di Caltanissetta su come le inchieste sui mandanti delle stragi del ’92 furono fermate. E pare deciso a non fermarsi più.
Scontro in udienza
E infatti il libro è appena stato pubblicato, ma dalle mille pagine che ne sono uscite, è rimasto fuori un episodio, che spiega qui, su Oggi. È la storia di un telefono cellulare, appartenuto ad un signore di cui probabilmente non avete mai sentito parlare, certo Giovanni La Lia, siciliano di Misilmeri, provincia di Palermo. Una storia davvero inquietante e ora assai importante che ha deciso di narrare in seguito al deposito delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, killer del quartiere Brancaccio dei Graviano, condannato per le stragi del ’93, il mafioso che ha tenuto banco nelle ultime settimane. Spatuzza ha raccontato infatti, tra le altre cose, che il suo boss, Giuseppe Graviano, nel gennaio ’94 in un bar di via Veneto a Roma, gli avrebbe ordinato di non spargere più sangue perché Berlusconi e Dell’Utri «avevano messo l’Italia nelle loro mani». Dichiarazioni pesanti.
Al processo d’appello al senatore Dell’Utri, precisamente nell’udienza eccezionalmente tenutasi a Torino per ragioni di sicurezza, Giuseppe Graviano si è avvalso della facoltà di non rispondere. Suo fratello Filippo, invece, ha smentito Spatuzza.
Alla fine del 1992 Genchi era il vice del gruppo che indagava sulle stragi, gruppo non a caso denominato «Falcone-Borsellino». Cosa risulta nel suo «archivio» su Spatuzza, sui Graviano e sul telefono cellulare del signor La Lia? «Cominciamo dall’inizio» racconta Genchi. «Perché nell’inchiesta sulle stragi fu svolto un lavoro immenso. Recuperammo addirittura tutte le telefonate fatte in Sicilia il 23 maggio e il 19 luglio 1992, i giorni di Capaci e via D’Amelio. E quando acquisimmo i traffici telefonici nel giorno delle due stragi, trovai anche importanti chiamate del cellulare di Spatuzza, intestato a suo nome e acceso il 7 agosto 1991».
Spatuzza sembra essere un filo conduttore che porta dalla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta, a quelle di Milano, Roma e Firenze.
Vediamo le coincidenze.
Il 27 gennaio 1994 Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati in un ristorante di Milano insieme ad altri (questi ultimi accusati del reato di favoreggiamento). Una settimana più tardi, il 5 febbraio, viene organizzata la prima riunione dei club di Forza Italia dell’isola all’Hotel San Paolo di Palermo. Tra i partecipanti, c’è pure un club di Misilmeri, nato da appena tre giorni, uno tra i primissimi in Sicilia. Ed è questo il club intorno al quale si annida un crocevia di misteri senza precedenti.
Numero che scotta
In mano, Genchi sventola due vecchi verbali, del 13 e del 18 di aprile del 1994. Siamo a due mesi da quegli episodi. I carabinieri, proprio nel corso dell’inchiesta su chi abbia favorito la latitanza dei Graviano a Milano, hanno trovato un numero di telefono che scotta maledettamente. E hanno così convocato per sommarie informazioni il suo proprietario, Giovanni La Lia, 30 anni.
Chi è La Lia? È un disoccupato, ma è un tizio intraprendente, visto che due mesi prima, il 2 febbraio, si è buttato in politica: è lui infatti ad aver fondato il club di Misilmeri che ha partecipato al meeting dell’Hotel San Paolo. L’uomo si presenta e spiega della nascita del club, dei soci fondatori. Gli chiedono fra l’altro se abbia mai sentito parlare di Dell’Utri. No. Gli pare solo sia un tizio della Fininvest. Al Nord, dice, conosce solo due persone, di Forza Italia: Angelo Codignoni, segretario nazionale dei club, e Gianfranco Miccichè, perché neodeputato siciliano.
E i carabinieri arrivano al dunque. Gli domandano se abbia mai prestato il cellulare a qualcuno. No, risponde. E Graviano lo conosce? Mai sentito nominare. E dice pure che non sa di chi sia un numero di telefono che gli mostrano. Pochi giorni più tardi torna in caserma: non lo sa proprio.
E allora qualcosa non torna.
La donna del boss
Dice Genchi: «Dai tabulati, risultava che La Lia si era sentito più volte con quel numero. Lo usava Francesca Buttitta, la donna che era nel ristorante con i Graviano la sera dell’arresto. Ossia la fidanzata di Giuseppe Graviano, il Graviano di cui oggi parla Spatuzza, e che assai probabilmente era l’uomo che con quel numero chiamava La Lia. Perciò La Lia era stato convocato dai carabinieri».
I tabulati del disoccupato di Misilmeri, correndo a ritroso nel tempo, raccontano una storia sempre più oscura: «Il suo telefono fu attivato il 4 marzo 1992, due mesi prima delle stragi siciliane, ma io fui in grado di acquisire soltanto le sue chiamate successive al gennaio 1993».
Genchi continua nella sua ricostruzione: «La prima cosa assolutamente singolare è che da allora il cellulare di La Lia chiamò per mesi quasi esclusivamente una sola persona, che poi risultò essere un suo cugino. Un macellaio di nome Giovanni Tubato. È, più precisamente, l’uomo accusato di essere il custode dell’esplosivo della strage di Capaci e di quelle del ’93. Ma da Tubato non possiamo sapere più nulla. È stato ammazzato il 20 agosto del 2000».
Mentre si avvicina la nuova stagione delle stragi, primavera ’93, sul telefono di La Lia arrivano intanto nuove chiamate. Ad aprile arrivano quelle del cellulare di certo Giusto Bocchiaro, amico d’infanzia e vecchio datore di lavoro. Ma il suo telefono non lo usa sempre lui: più spesso è nelle mani di un cugino di secondo grado, Pietro Lo Bianco.
Lupara Bianca
«Un altro boss di Misilmeri», spiega Genchi, «uomo di Bagarella e Riina, ucciso dalla lupara bianca. Bocchiaro aveva una casa in aperta campagna con un magazzino, utilizzato da Lo Bianco (che all’epoca era latitante). All’interno fu ricavato un bunker con un enorme arsenale di armi. Ed è il magazzino di cui parla oggi Spatuzza, in cui sarebbe stato custodito pure il lanciamissili che, nelle intenzioni dei boss, doveva servire per ammazzare il giudice Giancarlo Caselli.
Gruppo di fuoco
«Il fatto singolare è che queste cose non sono affatto emerse ora che tutti si stupiscono, ma dodici anni fa, quando Bocchiaro lo confessò ai carabinieri e io accertai le telefonate».
E dunque c’è questo misterioso cellulare del disoccupato La Lia, presidente del futuro «club pioniere» di Forza Italia di Misilmeri, che contatta l’armiere delle stragi Tubato, il boss Lo Bianco fatto ammazzare dagli sgherri di Provenzano dopo la cattura di Riina, e Giuseppe Graviano, il capo assoluto di Brancaccio. Ma non è finita.
«Già», osserva Genchi, «gli aspetti più inquietanti arrivano ora. Il 18 maggio 1993 sul telefono di La Lia si fa viva un’altra persona che ha attivato il suo cellulare appena dieci giorni prima. E dal 12 giugno 1993 fino al 22 luglio 1993 sarà, tranne in due casi, il suo unico interlocutore. È un giovane medico. Si chiama Salvatore Benigno, detto u picciriddu. Benigno è tra le persone che hanno commesso, il 27 maggio 1993, la strage di via dei Georgofili a Firenze. Oggi è tra i pochissimi stragisti non più, da tempo, al 41 bis». A fine luglio ci sarà la strage di via Palestro, a Milano. Ed è un elemento da tener presente anche perché ci furono altre due persone a chiamare l’utenza intestata a La Lia…
«Ed è qui l’elemento d’interesse. Perché uno è Giorgio Pizzo, anch’egli condannato per le stragi di Roma, Firenze e Milano. Ma della famiglia dei Graviano. E l’altro, pure lui ormai riconosciuto colpevole degli stessi delitti, e pure lui dei Graviano, è proprio Gaspare Spatuzza, che si sentì con La Lia il 9 luglio del 1993».
Pare un gigantesco reticolo, quello che unisce Brancaccio e Misilmeri: Tubato, l’armiere delle stragi; Lo Bianco, il custode di un arsenale di Cosa Nostra; il boss Giuseppe Graviano, condannato per le stragi per essere al vertice della Cupola; gli esecutori materiali delle stragi Salvatore Benigno, Giorgio Pizzo e Gaspare Spatuzza, che oggi vuole collaborare. E tutti loro che passano dallo stesso cellulare. Il cellulare di un disoccupato che presto si butterà in politica con il nuovo partito.
Commenta Genchi: «Non dimentichiamoci che all’inizio del ’94 un attentato fallì allo stadio Olimpico e altri ne erano in programma, ma improvvisamente la strategia stragista si interruppe. Tutti gli attentati furono messi a punto da questo medesimo gruppo di fuoco, che, come ora si sa, disponeva di tale arsenale. Ma ciò che mi sorprende è che su queste consulenze assai datate nessuno che si sia occupato delle stragi del ’92 e del ‘93 mi abbia mai chiamato a testimoniare. Tanto che a Firenze, pur avendo acquisito la mia consulenza sul telefono in uso a a La Lia, non si sono per nulla soffermati ad approfondire cosa successe dopo, con lo stesso cellulare usato con tutti questi stragisti».
Ma con chi ebbe contatti il famoso cellulare di La Lia una volta terminata la stagione delle stragi? Dice Genchi: «Fino a qualche giorno prima dell’arresto dei Graviano, il bacino d’utenza è quello che ho descritto, col gruppo di fuoco della mafia. Poi, a febbraio cambia. È stato ipotizzato, anche in sede giudiziaria, che quella utenza intestata a La Lia sia stata sfruttata, in alcuni periodi, da altri. E che probabilmente poi il cellulare sia tornato a essere usato unicamente da La Lia. Tant’è che vi compaiono chiamate ad altri club di Forza Italia, come quello di Bagheria, e a politici dell’isola. Ad esempio si sentì con il deputato del Pdl Gaspare Giudice e con il senatore di Forza Italia Michele Fierotti, entrambi scomparsi. C’è poi una serie di chiamate, da marzo a maggio del 1994, con un numero di Rino La Placa, già consigliere comunale Dc a Palermo, poi responsabile regionale del Ppi e attualmente tesoriere siciliano del Pd. La prima di queste telefonate era del 27 marzo 1994. Dai tabulati risulta che lo stesso La Placa due giorni dopo telefonò a un’utenza dell’abitazione romana di Silvio Berlusconi, in via Santa Maria dell’Anima».
In realtà nessuno può dire con certezza chi veramente chiamava chi e per quali ragioni. Cioè quali fossero realmente autori, destinatari e contenuti di questo aggrovigliato traffico telefonico. Né si può sostenere che la telefonata di La Placa in via dell’Anima vada al di là di una pura coincidenza.
Interpellato da Oggi, Rino La Placa, cade dalle nuvole. Il numero di cellulare intestato a lui che Genchi trovò in contatto con La Lia, e due giorni dopo con l’abitazione di Silvio Berlusconi, ma anche con il coordinatore regionale dell’epoca di Forza Italia Salvatore La Porta, e con altri politici di spicco in Forza Italia, dice di non ricordarlo. Ma esclude categoricamente di averlo usato lui. «Non ho mai conosciuto queste persone. Tantomeno ho mai chiamato Berlusconi. Ma proprio perché mi dice che tale numero era intestato a me, avendone avuti io tanti, andrò a fondo e cercherò di capire se qualche mio collaboratore lo usasse».
Conclude Genchi: «Forse è sulla natura di queste chiamate che si sarebbe dovuto e si dovrebbe ancora approfondire per capire se le accuse di Spatuzza abbiano o meno qualche rilevanza».
Edoardo Montolli (settimanale “Oggi” n°53, 30 dicembre 2009)
LINK
1) Mister Misteri. “Non sono uno spione”. Guerra tra procure. Parla Gioacchino Genchi (Edoardo Montolli, “Oggi”, 16 dicembre 2008)
2) “Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato“, pagina facebook dedicata al libro di Gioacchino Genchi
3) Il BLOG di Gioacchino Genchi
4) “Genchi, la mafia e Forza Italia” (Paolo Dimalio, Antefatto blog, 18 dicembre 2009):
Il titolo del libro del giornalista Edoardo Montolli dice tutto: “Il caso Genchi, un uomo in balia dello stato”. Esperto di informatica, siciliano doc, all’inizio degli anni ‘90 Genchi è il primo a portare i computer nelle procure. Collabora con Falcone e Borsellino, indaga sulle stragi di Capaci e via d’Amelio. Poi lavora con De Magistris su why Not, e il pozzo nero dei fondi europei destinati al meridione.
Gioacchino Genchi rivela i legami telefonici tra il pentito Spatuzza ed esponenti berlusconiani, e la strana cronologia della nascita di Forza di Italia. L’occasione è la presentazione del libro di Edoardo Montolli Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato.
Video di Paolo Dimalio
Genchi, le stragi e la nascita di Forza Italia
Sa molto, “troppo”, dice lui. E da servitore dello Stato, diventa un mostro da sbattere in prima pagina. Il 24 gennaio 2009, il premier annuncia il più grave scandalo della Repubblica. Destra e sinistra, a braccetto, accusano Genchi di tenere in scacco i telefoni di mezza Italia. “350 mila utenze”, urla il premier. “Il caso Genchi è un caso rilevante per il libertà e la democrazia”, gli fa eco il presidente del Copasir Francesco Rutelli. “Un caso da Corte Marziale” rincara Maurizio Gasparri. La Repubblica italiana al guinzaglio di uno sconosciuto tecnico informatico, che stringe tra le mani chissà quali dossier. Peccato che Genchi non abbia mai intercettato nessuno. Il suo compito è verificare l’attendibilità delle intercettazioni disposte dalla magistratura. Perciò controlla i tabulati telefonici, da dove partono le telefonate, incrocia i dati e archivia tutto. Se le informazioni di Genchi fossero arrivate a Milano nel ‘92 mentre scoppiava Tangentopoli, spiega Di Pietro, “oggi avremmo un altro paese, un’altra politica, un’altra imprenditoria”. Ma ora il tecnico siciliano inizia a vuotare il sacco. Per lungo tempo ha incassato in silenzio. “Ho concesso qualche metro di vantaggio ai miei accusatori”, dice lui. “Ora sono qua, trenta chili in meno, tanta voglia di combattere e andare avanti”. E passa al contrattacco. Iniziando da Spatuzza e la nascita di Forza Italia.
Paolo Dimalio
Fonte: http://www.19luglio1992.com/
Il clan dei Casalesi.-
La storia del clan dei Casalesi.
Fonte: Blunotte (Lucarelli)
A Napoli vi sono tanti clan, spesso in guerra tra loro: negli anni 80 avviene la guerra di Camorra tra i cutoliani della Nuova Camorra Organizzata da una parte e la Nuova famiglia per l’egemonia del territorio. Lasciando per terra centinaia di morti.
Ma i casalesi sono una cosa diversa: più simili a Cosa Nostra, molti esponenti delle famiglie sono persino affiliati con la mafia. Come le famiglie dei Nuvoletta a Marano, che hanno tra i loro affiliati Gaspare Mutolo.
Sono uomini punciuti, che spesso si ritrovano a parlare con Bontade prima, e i corleonesi di Riina poi.
Nella guerra di Camorra degli anni 80 che vide lo scontro tra la Nuova Camorra di Cutolo contro la Nuova famiglia delle famiglie Alfieri , Ammaturo e Nuvoletta ci furono 1500 morti tra il 1978 e il 1983.
Prevalse la seconda, con i nuovi capi: Alfieri, Nuvoletta e anche Antonio Bardellino.
Una strana figura di criminale: più un imprenditore di Camorra che faceva investimenti per i traffici di droga in sudamerica e in Spagna.
È una mafia che fa impresa in silenzio: una mafia che sembra non vedersi.
Ma sempre di gruppi criminali si tratta: Bardellino conta un gruppo di fuoco di 100 camorristi: tra cui Mario Iovine, Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti, Raffaele Diana.
Bardellino sa coltivare anche i legami con la politica: il fratello diventa sindaco di Casale nelle fila del PSI.
Silenzio, impresa, sangue e politica: questo mix spiega come mia i casaleis non furono contrastati all’inizio, anzi furono agevolati dalla collusioni con la politica .
La guerra di mafia a Casal di Principe.
Bardellino non abitava nel suo territorio: forse anche per questo scoppiò la guerra che vedeva contrapposte la famiglie Gionta Nuvoletta contro i Bardellino Alfieri. È la guerra raccontata in Fortapasc da Marco Risi, con la storia del giornalista Giancarlo Siani.
Il dicembre 1984 ci fu una irruzione nella masseria dei Nuvoletta, dove morti colpito da una pallottola vagante Salvatore Squillace.
Agosto 1984: la strage del circolo dei pescatori. Un pulmann carico di killer dei Bardellino sbuca davanti il circolo dei pescatori di Torre Annunziata; fu una strage contro gli uomini del clan Gionta, con 8 morti.
I vinti di questa guerra, i Nuvoletta, pagano un pegno: Valentino Gionta, latitante a Marano, viene trovato dai carabinieri.
Siani con un suo articolo accusò il clan Nuvoletta, alleato dei Corleonesi di Totò Riina, e il clan Bardellino, esponenti della “Nuova Famiglia“, di voler spodestare e vendere alla polizia il boss Valentino Gionta, divenuto pericoloso, scomodo e prepotente, per porre fine alla guerra tra famiglie.[ da wikipedia]
Giancarlo Siani parla di questa guerra e di questo accordo che sbugiarda i boss : fu ucciso il 23 ottobre 1985.
Una guerra che faceva vittime anche per intimidire gli avversari: come l’omicidio del fratello del giudice Imposimato che a Roma stava indagando sui legami tra mafia e la Banda della Magliana.
Gli affari del clan.
Il giro d’affari del clan casertano riguardava il mercato del Calcestruzzo, delle cave: l’infiltrazione criminale del clan negli appalti pubblici mirava a mettere le mani sui 250 miliardi per i lavori del dopo terremoto; sui 500 miliardi per i lavori nei regi Lagni, per l’alta velocità.
I soldi arrivavano dal pizzo (10%) sui lavori delle imprese su strade e case.
Ma i casalesi costituirono anche 3 consorzi con ottenere direttamente o in subappalto i lavori. Tutti i lavori, ricorrendo anche alle minacce alle altre ditte.
I casalesi entrano nella politica e nella società civile: controllano amministratori, sindaci, assessori. Trovano banche compiacenti che accettano il loro denaro e colletti bianchi pronti a riciclarlo.
Ma attorno al capo crescono i giovani boss, che scalpitano: Bidognetti, Zagaria, Iovine.
Bardellino torna a S. Cipriano per mettere le cose a posto.
Il gennaio 1988 viene ucciso Domenico Iovine, come segnale al fratello Mario.
Nel dicembre avviene uno scontro a fuoco tra gruppi di fuoco Bardellino e Iovine in cui sono sparati 140 colpi (peggio dell’agguato in via Fani).
Ma sono episodi che rimangono sotto silenzio. La stampa ne parla solo a livello locale.
In questa guerra silenziosa vengono uccisi i nipoti di Bardellino; avviene la strage di Casapesenna contro i Sanzillo. Un corteo di auto attraversa la città, come segno di presenza sul territorio. Come avviene nei paese sudamericani.
Nella guerra, Bidognetti e Schiavone decidono di uccidere Enzo De Falco, ritenuto la mente imprenditoriale del gruppo, perchè non si fidano.
Altre morti seguono: Mario Iovine viene ucciso a Cascais.
Il 19 marzo 1995, tocca a Don Peppino Diana, che aveva lanciato il suo proclama contro la dittatura della Camorra a Casal di Principe: “per amore del mio popolo..”.
Un killer dei De Falco lo uccide: si pensa che sia anche un tentativo di rovinare gli affari alle famiglie Bidognetti e Schiavone, per l’arrivo della Forse dell’ordine dopo l’omicidio.
La guerra De Falco Bidognetti-Schiavone finisce con Nunzio De Falco che scappa in Spagna.
I nuovi capi possono tornare agli affari: l’estorsione, gli appalti, il calcestruzzo e l’agricoltura fantasma.
Come con l’Aima: una società pubblica che raccoglie i prodotti agricoli invenduti. Ma è tutto falso: si tratta di frutta marcia, persino di sassi). I centri di raccolta sono in mano ai casalesi.
Come con la mozzarella di bufala prodotta dalle aziende in mano ai clan: viene venduta persino quella prodotta dalle bufale ammalate dalla brucellosi.
Come per i rifiuti tossici: i clan entrano nel business dello smaltimento dei rifiuti nel 1989/90.
Si occupano dello smaltimento rifiuti per le imprese del nord, per gli ospedali.
Francesco Bidognetti crea la Ecologia 89 si mette in affari all’imprenditore Vassallo, proprietario di una discarica.
1 Kg di rifiuti costa dai 21 ai 60 centesimi, per lo smaltimento. I casalesi fanno pagare 9-10 centesimi: sono affari per tutti.
Spuntano discariche abusive, come a Villa Literno, nelle cave aperte: frutto del controllo così capillare del territorio casertano.
Contestualmente al crescere delle discariche, crescono anche i casi di tumore: perchè parliamo di un’imprenitoria mafiosa, che non da sviluppo, ma che avvelena il territorio.
Da una parte la ricchezza sfoggiata dai boss, anche con le loro ville (come quella di Sandokan Schiavone).
Dall’altra la potenza sempre più grande dei clan: testimoniata anche dal fatto che oramai sono le imprese che arrivano direttamente a “mettersi a posto” col pizzo senza che nessuno chiede niente.
Un potere sancito anche dai legami con la politica locale (il sindaco Bardellino fratello del boss, il vicesindaco Gaetano Corvino): legami che permettevano l’arrivo di nuovi appalti (e soldi), in quella regione.
Una infiltrazione capillare, quella dei clan: sono 14 i comuni sciolti in Campania nel 1995, 26 nel 2006. Lo stesso Casal di Principe è sciolto 4 volte.
Ma c’è anche un’altra Casal di Principe: quella di quanti non accettano questa dittatura. Consiglieri comunali, forze dell’ordine, gente perbene, sindacalisti che spesso han pagato con la vita.
Antonio Cugiano, vicesindaco di Casapesenna: gambizzato nel ottobre 1988.
Antonio Nunez: ucciso nel luglio 1990, il corpo fu trovato 13 anni dopo.
Marcello Russo: sindacalista CGIL, picchiato e minacciato le le sue minacce di sciopero. Gambizzato nel 1991.
Francesco del Prete, sindacalista degli ambulanti. Dopo la denuncia all’esattore del pizzo, un vigile di Mondragone, viene ucciso nel febbraio 2002.
C’è poi la guerra dei paletti portata avanti dal sindaco del PDS Renato Natale: i paletti circondavano la piazza, resa zona pedonale. I casalesi li toglievano ogni notte e glieli facevano trovare sotto casa.
Ferocia spietata. Controllo del territorio. Affari e soldi. Il silenzio.
Il primo maxi processo contro la mafia dei Casalesi è il processo Spartacus del 1998: chiamato come lo schiavo che si oppose contro l’impero.
Un processo cui si arriva grazie alle parole di Carmine Schiavone, imprenditore pentito. Alle rivelazioni di Dario De Simone, di Domenico Bidognetti.
Nel dicembre 1995, il pool contro il clan dei Casalesi (formato tra gli altri anche dal giudice Raffaele Cantone), si arriva ad un blitz che porta all’arresto di 50 persone. Altri boss come Sandokan, rimangono latitanti.
Fino al 1988, quando viene arrestato.
Il 15 settembre 2005 si arriva alla prima sentenza del processo Spartacus: 95 condanne tra cui 2 ergastoli. Un processo quasi più imponente del maxi processo contro la mafia a Palermo: ma un processo celebrato nel silenzio generale della stampa.
Il processo Spartacus 2, che segue il primo, si concentra sui rapporti con la politica. Anche questo, non viene seguito: 50 righe sul Mattino di Napoli.
In Italia si considera questa mafia solo come un entità criminale: dopo i fatti cala il silenzio. Ma è anche una economia criminale che inquina il territorio, il lavoro, il mercato.
Poi arriva un libro: Gomorra di Roberto Saviano. Un libro che squarcia il velo sulla realtà dei casalesi.
È un libro che raccoglie i fatti di cronaca, magari già raccontati da altri, ma in taglio narrativo: raccontare il mondo secondo Secondigliano, Scampia: mostrare al lettore come questa economia criminale sia quella vincente.
Nel settembre 2006 c’è a Casale una grande manifestazione antimafia: dal palco Saviano dice ai giovani “Iovene, Zagaria, Schiavone non valete niente .. ve ne dovete andare”. Dopo queste parole lo scrittore deve essere protetto dalla scorta.
Che uno scrittore debba essere protetto succede solo nei paesi sotto dittatura, nelle democrazie governate da estremismi religiosi come l’Iran di Khomeini, che lanciò la fatwa contro Salman Rushdie.
I giudici raccolgono brutti segnali da radio carcere, sull’idea di uccidere Saviano.
Il 13 marzo 2008, l’avvocato difensore di Bidognetti e Schiavone al processo Spartacus legge una lettera dei latitanti: un atto di accusa contro il giudici Raffaele Cantone e De Raho, i giornalisti Capacchione e Saviano.
E iniziano anche a girare le solite voci diffamatorie: ma Saviano cosa cerca? È tutta una montatura le sue minacce, per vendere libri? Quanto ci ha guadagnato?
Spiega Saviano che queste persone, che fanno illazioni diffamatorie, non si chiedono mai quanto guadagnano i boss dai rifiuti tossici.
Stessa sorte capita anche all’attore Giulio Cavalli che fa spettacoli contro la mafia al nord.
La diffamazione accompagna chi denuncia la mafia.
Chi si espone contro la mafia, genera negli altri in senso di diffidenza: è come se facesse sentire sporchi gli altri, che sono stati zitti, che hanno abbassato la testa. Con la denuncia si mette in crisi tutta la comunità, perchè per questa tutto deve andare avanti così.
Invece no: andare contro la mafia, sostiene Saviano, è un fatto personale, se cerco visibilità, è solo per denunciare.
Non per fare l’eroe: diceva Brecht “Beato il paese che non ha bisogno di eroi”.
Il 18 giugno 2008 arriva la sentenza di appello di Spartacus: tutte le accuse vengono confermate, come gli ergastoli per F. Schiavone e Michele Zagaria.
La campagna di primavera.
Nel 2008 si scatena la campagna di primavera, guidata da Giuseppe Setola (del clan Bidognetti), sfuggito dai suoi arresti domiciliari a Pavia, nell’aprile 2008. Attorno a se riunisce 30 killer e scatena il fuoco. La sua strategia è uccidere i pentiti, dare un segnale forte agli imprenditori (che dopo la sentenza Spartacus iniziavano a non voler pagare il pizzo), dare una lezione al gruppo degli “africani” (la malavita nigeriana) che con l’accordo dei casalesi portava avanti lo spaccio della droga e della prostituzione.
Il 2 maggio viene ucciso il pentito Umberto Bidognetti.
Il 16 maggio Domenico Noviello, che sette anni prima non aveva voluto pagare li pizzo al clan. Nel 2008 gli era stata tolta la scorta.
Il 2 giugno Michele Orsi, direttore di un consorzio di smaltimento rifiuti, finito sotto indagine, stava parlando con i magistrati. Senza scorta fu ucciso dai killer di Setola.
15 luglio, Raffaele Granata, proprietario di uno stabilimento balenare, ucciso in un bar.
18 omicidi in cinque mesi.
Poi avviene la strage di Castelvolturno: già nell’agosto del 2008 ci fu un primo tentativo di fuoco contro gli “africani“. Un commando sparò contro la sede dell’associazione nigeriana a Casale.
Il 18 settembre il gruppo di fuoco di Setola spara contro un gruppo di immigrati africani (non solo nigeriani), in una sartoria. 6 morti.
Nei giorni successivi la comunità nigeriana si rivoltò contro la mafia: una rivolta per la difesa dei loro diritti.
La risposta dello stato.
Nel gennaio 2009, viene arrestato Giuseppe Setola.
I sequestri: le forze della polizia hanno sequestrato beni immobili ai Bidognetti per 50 milioni di euro. Nel 2008, l’ammontare dei beni liquidi confiscati ammonta a 400 milioni di euro.
Ma è una parte, che ha colpito solo un clan, quello dei Bidognetti.
Ma il controllo del territorio è ancora in mano alla confederazione dei casalesi: questo si manifesta con messaggi fatti pubblicare sui quotidiani locali. Con telefonate ai giornalisti (da parte dei due latitanti).
Le indagini e le rivelazioni dei pentiti parlano anche della politica: rivelazioni che coinvolgono il sottosegretario del governo Berlusconi, Nicola Cosentino (accusato dal pentito Dario De Simone).
È sbagliato pensare che quello dei casalesi, sia una questione che riguardi solo il sud: Pasquale Zagaria, la mente finanziaria del clan, aveva interessi immobiliari a Parma. Raffaele Diana, investiva in locali a Carpi.
Affari criminali, che uccidono l’economia e le persone.
Persone che magari con i casalesi non hanno nulla a che fare.
Come per Michele Landa, guardia giurata ad un ripetitore vicino Mondragone.
Il 6 settembre 2006 fu ucciso (perchè il ripetitore rientrava negli interessi del clan) e il suo corpo spedito alla famiglia in pezzi.
Al funerale, a fianco della famiglia, nessuno dallo Stato. Raccontava la famiglia come questo testimoni del reale controllo del territorio.
La vicenda testimonia come basti vivere in queste zone “che prima o poi ti ci ritrovi coinvolto” nelle vicende criminali dei casalesi.
Non basta far finta di niente, abbassare lo sguardo.
Sono tanti i casalesi buoni: come le associazioni Libera, quelle in memoria di Don Peppino Diana, che lottano contro l’abitudine, la mentalità, quella per cui il criminale ricco che gira indisturbato per il paese sia un esempio da imitare.
Questa è una guerra, che dobbiamo combattere: per Lorenzo Diana, per Renato Natale (ex sindaco), per Rosaria Capacchione, per Roberto Saviano. Anche per tutti i casalesi per bene che non vogliono accettare la dittatura criminale.
Queste persone, chiudeva Lucarelli, non devono essere lasciate sole a fare gli eroi: tutti noi dovremmo gridare “Iovene, Zagaria, Schiavone, ma anche Riina, Messina Denaro, politici collusi con la mafia, colletti sporchi non siete niente .. andatevene, questa terra non è vostra !”(.Fonte: unoenessuno.blogspot.com)
Il blog di Carlo Lucarelli.
Il link della puntata di Blu Notte.
Technorati: Carlo Lucarelli, Blu Notte, clan casalesi
La verità sulle stragi
Pubblichiamo stralcio del video tratto dalla trasmissione Annozero (Rai due) in onda l’ 8 ottobre 2009 che tratta della verità sulle stragi
Il dopo Raccuglia
Trovato arsenale a disposizione clan Raccuglia
Palermo. Pistole, carabine ad aria compressa, cartucce, bossoli e cinque chili di polvere da sparo sono stati scoperti dai carabinieri nella periferia di Partinico, in provincia di Palermo.
L’arsenale è stato trovato nell’abitazione di Marcello Giovanni Pontears, 52 anni, che è stato arrestato per detenzione illegale di armi da fuoco e munizionamento e detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. Nell’appartamento i militari dell’Arma hanno rinvenuto una sorta di laboratorio per la fabbricazione di armi. All’interno c’erano pistole di vario calibro di cui alcune con matricola abrasa (cal. 9×21, 7,65, 6,35) e altre su cui sono in corso accertamenti, carabine ad aria compressa con cannocchiale di precisione modificate per fare fuoco. Sono stati rinvenuti quasi 5 chili di polvere da sparo, alcune migliaia di cartucce di vario calibro oltre a un migliaio di bossoli pronti per essere ricaricati con le relative ogive, migliaia di palle in piombo per le cartucce a pallettoni cal.12, diverse scacciacani e materiale di vario genere che serviva per la ricarica e il confezionamento delle cartucce. Nel corso della perquisizione sono stati trovati anche tre sacchetti con circa mezzo chilo di marijuana, mentre nel giardino è stata scoperta una serra in lamiera dove per la coltivazione di piante di canapa indiana. Tutto il materiale è stato sequestrato e nei prossimi giorni sarà inviato agli esperti del Ris per accertare se alcune di quelle armi hanno già sparato. Gli investigatori, assieme ai magistrati della Dda di Palermo, stanno valutando la posizione dell’arrestato per chiarirne l’eventuale ruolo nella faida che negli ultimi tempi ha insanguinato le cittadine di Partinico e Borgetto con numerosi omicidi.ANSA
Arsenale trovato da carabinieri
21 novembre 2009
Palermo. Con ogni probabilita’ quello trovato dai carabinieri del gruppo di Monreale e dalla compagnia di Partinico era l’arsenale della cosca guidata dal boss Mimmo Raccuglia, arrestato domenica scorsa. Una circostanza che gli inquirenti deducono dall’enorme quantità e qualità di armi nascoste da Giovanni Potearso, piccolo pregiudicato, ritenuto l’armiere del clan. Inquietante anche l’armamentario utilizzato per modificare le armi e le pistole – molte calibro 6.35 e 9×21 usate spesso negli omicidi di mafia – trovato dai carabinieri. “E’ una scoperta allarmante – commenta il colonnello Pietro Salsano. comandante del gruppo di Monreale – per qualità e quantità di armi ritrovate. Nella zona di Partinico, nonostante le numerose operazioni polizia condotte, si continua a sparare dal 2004: è un’area molto calda e le armi trovate erano pronte all’uso. Ora è importante scoprire, per esempio, grazie alle analisi del Ris se abbiano sparato di recente”. Questo l’elenco delle armi e munizioni sequestrati dai carabinieri: pistola a tamburo marca “flobert” cal. 6 mm priva di matricola; pistola a tamburo priva di marca e matricola; pistola marca “beretta” cal. 7,65 con matricola punzonata, con 8 cartucce stesso calibro; pistola marca “astra” modello 80 con matricola punzonata; pistola modello “lady kappa” cal. 8 priva di matricola, del tipo scacciacani, illegalmente alterata; 3 pistole modello 315 auto cal. 8 prive di matricola, del tipo scacciacani; pistola marca “bruni” modello 92 cal. 8 mm. priva di matricola, del tipo scacciacani; pistola modello 85 auto cal. 8 mm. priva di matricola, del tipo scacciacani, con 8 cartucce cal. 8 a salve; carabina ad aria compressa marca “gamo” cal. 4,5 mm con puntatore ottico di precisione, illegalmente alterata; 1.023 cartucce, 1.039 bossoli di nr. 243 ogive di vario tipo; grammi 1.208, di pallini di piombo; grammi 4.185,45 di polvere da sparo; materiale di vario genere per ricarica e confezionamento cartucce. Inoltre sono stati sequestrati 187 grammi di marijuana e 2 piante di marijuana. ANSA
NOSTRO COMMENTO: Che dire! Ancora Complimenti alle Forze dell’ordine!
Frodi fiscali.-
Mandiamo in onda l’inchiesta di “ REPORT” sulle Frodi Fiscali trasmessa su RAI TRE ”
Intervista al giudice Alfonso Sabella
DA ANTIMAFIA2000 SI RIPORTA:
SILENZIO SULLA TRATTATIVA
A colloquio con Alfonso Sabella
di Lorenzo Baldo – 14 novembre 2009
Roma. Dopo la pubblicazione su Il Fatto Quotidiano dell’articolo “Un giudice stritolato dalla trattativa” l’amarezza del giudice Alfonso Sabella è sempre più tangibile.Amarezza e disillusione che emergono anche in questo colloquio.
Dott. Sabella stiamo assistendo ad una vera e propria accelerazione degli eventi in merito alle indagini sulle stragi del ‘92 e del ‘93. Da una parte giungono le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e quelle di Massimo Ciancimino, dall’altra si materializzano le tardive dichiarazioni di esponenti delle istituzioni come Claudio Martelli, Luciano Violante o Liliana Ferraro. Come interpreta questi segnali che si intersecano nella ricostruzione delle sue vicende professionali pubblicate su Il Fatto Quotidiano?
Non c’è nulla di nuovo nella ricostruzione dell’articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano, semmai qualche piccolo dettaglio, magari non secondario, ma comunque minore all’interno di una logica globale. Questi fatti erano risaputi. Che Scarantino non fosse attendibile e che la strage di via D’Amelio fosse da attribuire agli uomini di Brancaccio l’avevo già scritto nel mio libro (Cacciatore di mafiosi – Mondadori 2008 ndr).
Nel capitolo sulla collaborazione di Giovanni Brusca spiegavo, magari in maniera un po’ più criptica, la vicenda Brugnano – Lombardo, così come la cattura di Totò Riina.
Ora però stanno cominciando a spuntare degli elementi di prova che non sono semplicemente logici come quelli che esponevo io, ma un po’ più concreti.
Bisognerebbe interrogarsi su chi ha fatto parlare Scarantino in quel modo. Bisognerebbe interrogarsi sul famigerato papello che finora era stato sostanzialmente un’ombra e che invece adesso acquista una veste reale. Ormai non si può più dire che non esiste. Io sono convinto che il papello che ha presentato Ciancimino sia la copia di quello autentico, poi magari gli eventi mi smentiranno, ma al momento ci credo fermamente. Ritengo che questi elementi messi insieme possano avere indotto qualcuno a riferire all’autorità giudiziaria solamente qualcosa di minimale rispetto a quello che sapevano. Siamo di fronte a persone che si ricordano di determinati episodi che potevano riferire in mille altre occasioni precedenti e lo fanno solo adesso dopo che è comparso il papello e dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino appunto. Dichiarazioni che ritengo molto importanti. Ciancimino racconta esattamente quello che noi investigatori prima avevamo solamente intuito.
Ma il nostro è un Paese immaturo. Io continuo a pensare che il gen. Mori sia un uomo dello Stato. Ha agito in virtù di quello che lui riteneva essere l’interesse superiore del Paese, secondo disposizioni avute dai vertici governativi dell’epoca.
Il problema riguarda il fatto di trattare prima con Riina e poi con Provenzano al fine di ridurre la mafia a quel livello di “tollerabilità” che si ritiene “sufficiente”. Sono convinto che chi ha trattato all’inizio ha determinato l’accelerazione sulla strage di via D’Amelio, ingenerando nella mafia l’idea che alzando il tiro alzavano il prezzo.
Pensa che le sue dichiarazioni rese al Fatto Quotidiano siano rimbalzate contro un muro di gomma?
Se fossimo un Paese serio dopo le mie dichiarazioni sarebbe dovuto scoppiare un putiferio. C’è invece un silenzio totale. Mi rendo conto che in questo momento ci sono altre priorità come la riforma della giustizia, lo scudo fiscale ecc. Gli interrogativi che io pongo sono però molto gravi. Punto primo: il nostro Paese per 15 anni ha trattato con Cosa Nostra e alla mafia è stato riconosciuto il ruolo di interlocutore, punto secondo: si è tentato di concedere qualcosa alla mafia. Andiamo a vedere in concreto quello che è successo. Vorrei proprio vedere la “qualità” delle persone che sono al 41 bis non la quantità. Non mi interessano i dati, non voglio sapere quante persone sono al 41 bis, voglio sapere chi c’è al 41 bis. Io ho saputo di revoche del carcere duro a persone che per mio conto al 41 bis ci dovevano morire.
Non ritiene che vi sia la possibilità di riscrivere pezzi di storia del nostro Paese?
No. Secondo me non c’è nessuna volontà. Io credo che siamo al solito momento in cui si alza il classico polverone e poi tra qualche mese il Paese dimenticherà tutto.
Chi conosce a fondo i fatti difficilmente vorrà parlare. E c’è anche chi, tra le parti “sane” del Paese, ha interesse che certe storie non vengano fuori perché potrebbero arrecargli qualche pregiudizio sul piano personale, di conseguenza non credo che si riuscirà a fare luce.
Le procure che stanno lavorando sulle indagini operano sostanzialmente incrociandosi tra di loro su aspetti identici della stessa storia, varie facce della stessa medaglia. Chi cerca di ricostruire la strage di via d’Amelio non lo può fare a prescindere dalla trattativa. Chi cerca di ricostruire le stragi del ‘93 non lo può fare a prescindere dalla trattativa e da quello che è avvenuto nel ‘92. Chi vuole ricostruire quello che è avvenuto al Dap dopo che io vengo mandato via (Dap – Sisde, tentativo di inquinamento delle dichiarazioni di Giuffrè, l’accordo sulla dissociazione, il tentativo di realizzarla ecc.), così come chi vuole ricostruire quello che avviene nelle vicende Mori-Tinebra-Leopardi, non lo può fare prescindendo dalla questione della trattativa o della dissociazione.
Un antesignano delle vicende legate alla trattativa resta indubbiamente il Pm Gabriele Chelazzi, scomparso nel 2003. Secondo lei Chelazzi avrebbe potuto completare il suo lavoro di ricerca sui mandanti esterni nelle stragi?
Indubbiamente si. Aveva le capacità professionali, la giusta autonomia da ogni tipo di condizionamento perché era libero. Era un magistrato assolutamente capace, un grandissimo conoscitore di mafia. Ho sempre pensato che fosse l’unico magistrato non siciliano che ne capiva di più di mafia. Paradossalmente anche più di Giancarlo Caselli, senza nulla togliere alla preparazione di Caselli che aveva però un altro ruolo. Gabriele era un investigatore puro. Ma forse anche il Padreterno è dalla parte di chi pensa che probabilmente per il nostro Paese sia meglio che certi fatti non vengano fuori. Un conto è che questi esistano, un altro è l’interesse del Paese a dimostrarli.
A un certo punto le indagini di Chelazzi si incrociarono con Mario Mori, poi poco prima di morire lo stesso Pm fiorentino scrisse una lettera all’ex procuratore di Firenze Ubaldo Nannucci lamentando di essere stato lasciato solo a investigare sulle stragi. Come valuta questi due aspetti della vita di Gabriele Chelazzi?
All’epoca io non ero formale assegnatario del processo sulle stragi, però con Gabriele ci confrontavamo spesso. Gabriele iscrisse Mori nel registro degli indagati per favoreggiamento in relazione alla vicenda della fase della trattativa che doveva portare alla revoca di alcuni 41 bis alla vigilia delle stragi in contemporanea con il fallito attentato all’Olimpico.
L’aspetto tecnico (e non solo tecnico) di iscrivere Mario Mori per favoreggiamento verteva su una domanda specifica: l’avrebbe fatto per favorire la mafia o l’avrebbe fatto sostanzialmente per favorire la pacificazione nello Stato? Gabriele giustamente sosteneva di volerlo appurare da Mori e a tal proposito ribadiva: “Mi venga a dire perché l’avrebbe fatto oppure invochi il segreto di Stato, e in questo caso che venga un Presidente del Consiglio a porre il segreto di Stato”.
Ubaldo Nannucci probabilmente non era molto d’accordo sul taglio globale che Gabriele dava all’inchiesta. Ma non credo che la solitudine di Gabriele fosse frutto di un disegno preordinato. Penso che l’isolamento di Gabriele fosse nato dal fatto che lui era diverso in quel contesto, nel senso che egli riteneva di aver capito. Mentre gli altri forse non erano così sicuri che quello che aveva capito Gabriele fosse corretto. Probabilmente il fatto di andare a toccare livelli istituzionali così alti avrà impaurito qualche magistrato. Ma se pur aveva avuto alti e bassi con l’ex procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, devo riconoscere che in quel momento Gabriele si sentiva supportato da Vigna.
Quali sono le sue considerazioni finali?
Ormai non ho più nulla da perdere, non posso più peggiorare la mia situazione oltre misura. Ritenevo che in questo Paese ci fosse qualche persona in più “libera”, ma non vedo reazioni neanche nelle correnti della magistratura sia da parte di MD, così come per MI e via dicendo. Il silenzio è uguale a morte diceva una canzone di Guccini…
NOSTRO COMMENTO: si riuscirà mai a scoprire la verità?



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