DA REPUBBLICA.IT SI RIPORTA:
Pronuncia a maggioranza (nove a sei) della Corte costituzionale “Non basta una legge ordinaria, violato il principio di uguaglianza” La Consulta: lodo Alfano illegittimo Berlusconi: “Vado avanti, giudici di sinistra”
Il premier attacca la Corte e il capo dello Stato: “Non mi interessa cosa dice Napolitano”
Giudizi durissimi ribaditi in tarda sera in una telefonata a Porta a Porta
di CLAUDIA MORGOGLIONE
ROMA – Il lodo Alfano è illegittimo, perché viola ben due norme della nostra Carta costituzionale: l’articolo 3, che stabilisce l’uguaglianza di tutti i cittadini (anche di fronte alla legge); e l’articolo 138, che impone l’obbligo, in casi del genere, di far ricorso a una legge costituzionale e non ordinaria. Lo hanno deciso, a maggioranza, i giudici della Consulta, riuniti in seduta plenaria dalla mattinata di ieri, a proposito del provvedimento che sospende i processi per le prime quattro cariche dello Stato. A questo link il testo della sentenza.
LE REAZIONI DEL MONDO POLITICO
Berlusconi: “Giudici di sinistra”. La bocciatura a tutto campo, da parte della Corte costituzionale, colpisce un provvedimento fortemente voluto da Silvio Berlusconi. Che, prima, lascia commentare l’esito della vicenda al sottosegretario Paolo Bonaiuti: “Una sentenza politica, ma il presidente, il governo e la maggioranza continueranno a governare come, in tutte le occasioni dall’aprile del 2008, hanno richiesto gli italiani con il loro voto”. Poi, uscendo da Palazzo Grazioli, non si tiene: “Vado avanti. La Consulta è politicizzata. E’ di sinistra”. E aggiunge: “Dobbiamo governare per cinque anni con o senza il Lodo. Non ci ho mai creduto perché una Corte Costituzionale con 11 giudici di sinistra era impossibile che approvasse tutto questo”. Insieme, una filippica contro i giornali e i giornalisti di sinistra, i programmi di approfondimento di sinistra, il capo dello Stato “che sapete da che parte sta”. Per concludere così: “A me queste cose mi caricano. Andiamo avanti. Viva Berlusconi”. Più tardi, quando gli riferiscono le parole di imparzialità che arrivano da Quirinale (“Il capo dello Stato sta dalla parte della Costituzione con assoluta imparzialità”), il Cavaliere perde quasi le staffe: “Non mi interessa quello che dice Napolitano. Mi sento preso in giro”.
Concetti che il premier ha poi ripetuto in una telefonata a Porta a Porta: “In Italia abbiamo una minoranza di giudici di sinistra, una stampa di sinistra con a capo Repubblica, una Rai che, a parte lei signor Vespa, va contro il governo, e in più un capo dello Stato espressione della vecchia maggioranza di sinistra”. “Su Napolitano – ha insistito Berlusconi riferendosi ai giudizi espressi in precedenza – ho detto quello che penso: non ho nulla da modificare sulle mie dichiarazioni che potrebbero essere anche più esplicite e più dirette”.
Più tecnico il primo commento del ministro della Giustizia che ha dato il nome al Lodo: “E’ una sentenza che sorprende, e non poco, per l’evocazione dell’art.138 della Costituzione. La Corte Costituzionale – afferma il Guardasigilli – dice oggi ciò che avrebbe potuto e, inevitabilmente, dovuto dire già nel 2004 nell’unico precedente in materia”. Poi, Alfano spiega: “E’ incomprensibile come abbiano potuto spendere, nel 2004, pagine su pagine di motivazioni relative alla rinunciabilità della sospensione processuale, alla sospensione della prescrizione e tanto altro ancora senza fare alcun riferimento alla necessità di una legge costituzionale. Tale argomento, preliminare e risolutivo, è inspiegabile che venga evocato quest’oggi”. E, a “Porta a porta”, comunque, fa sapere che il governo non intende proporre un disegno di legge costituzionale.
Duro l’avvocato Niccolò Ghedini, avvocato del premier: “Questa è una sentenza con cui la Corte rinnega principi da se stessa già enunciati. Si pretende, contro la volontà popolare, che il presidente del Consiglio anzichè occuparsi dei problemi nazionali ed internazionali, sia costretto a seguire evanescenti processi”.
Berlusconi ritorna imputato. La sentenza, sul piano pratico, sblocca i due processi milanesi a carico del premier (per corruzione in atti giudiziari dell’avvocato inglese Mills, e per reati societari nella compravendita dei diritti tv Mediaset), congelati proprio a causa del lodo. La Corte ha quindi accolto i dubbi di legittimità sollevati dai magistrati del capoluogo lombardo. La Consulta ha invece dichiarato inammissibile il terzo ricorso, proposto dal gip di Roma chiamato a decidere se archiviare (come chiesto dalla procura) la posizione di Berlusconi – indagato per istigazione alla corruzione di alcuni senatori, eletti all’estero durante la scorsa legislatura.
Corte divisa. I giudici costituzionali sono entrati in camera di consiglio ieri, ma la giornata si è conclusa con una fumata nera. Da qui la seconda riunione, quella odierna: mattinata ancora con un nulla di fatto, e poi, nel pomeriggio, la pronuncia è arrivata. Una scelta non facile, quella dei giudici. Anche perché tra i membri della Corte si è consumato uno scontro tra i favorevoli e i contrari. Fino alla decisione finale: a quanto sembra nove dei quindici membri si sono espressi per l’illegittimità, sei erano di parere diverso.
Il caso Bossi. Prima della pronuncia della Consulta, le parole più forti le ha pronunciate Umberto Bossi: “Non sarà bocciato, speriamo bene: ma non si può sfidare l’ira dei popoli. Se il lodo sarà bocciato la Lega trasformerà le elezioni regionali in un referendum sul premier”. Parole, le sue, che hanno provocato reazioni forti di condanna, da parte di tutti i partiti di opposizione.
Le motivazioni della sentenza. Si conosceranno solo tra qualche settimana, quando il giudice relatore, Franco Gallo, le avrà messe nero su bianco, per poi sottoporle nuovamente al voto dei giudici in camera di consiglio.
NOSTRO COMMENTO: Al di là delle diatribe politiche la Corte Costituzionale ha sancito definitivamente un principio di ordine democratico e, cioè, l’articolo 3 della Costituzione, che stabilisce l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Questa è la cosa importante!
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LA VICENDA MONDADORI
Diamo la possibilità al lettore di seguire meglio tutta la “faccenda Mondadori” mandando in onda l’ottimo video riassuntivo di Marco Travaglio e le reazioni del Premier su un articolo di Repubblica
La fine della Mondadori – Marco Travaglio
FONTE:StaffGrillo
RETROSCENA. Ira per la sentenza Mondadori: vogliono che chiuda Il presidente del Consiglio si sente assediato e studia le contromosse “Si sono messi in testa di farmi fuori”
Il Cavaliere tentato dal ricorso alle urne
Fonte:repubblica.it
ROMA - Il rischio di una escalation c’è tutto. E il clima che si respira in queste ore a palazzo Chigi è quello di un fortino assediato, con gli assalitori che già scalano le mura: già tra 24 ore forse si saprà se la Consulta avrà bocciato il lodo Alfano e i pessimisti nel Pdl sono ormai la maggioranza. Da qui il via libera dato ieri dal Cavaliere a una mossa estrema come quella del ricorso alla piazza. “È la nostra carica di Balaklava”, celia un berlusconiano per mascherare la preoccupazione.
Un’ipotesi, quella della piazza, che si era affacciata una decina di giorni fa durante una riunione ristretta a palazzo Grazioli, ma su cui il premier aveva inizialmente preso tempo per decidere. Ieri ha rotto gli indugi: “Si sono messi in testa in farmi fuori, dobbiamo rispondere”.
A far infuriare il Cavaliere, più della manifestazione di piazza del Popolo, è stata la concomitante condanna al maxirisarcimento da 750 milioni di euro nei confronti della Cir per il Lodo Mondadori. Una sentenza che, nei ragionamenti che il premier ha fatto con i suoi, porta soltanto in una direzione: “Vogliono farmi chiudere”. Raccontano che Berlusconi si sia infuriato per un verdetto che sente “profondamente ingiusto” e che assolutamente non si aspettava: “È stato un fulmine a ciel sereno”. Oltretutto con una richiesta ritenuta talmente “sproporzionata” che costringerebbe il gruppo a mettersi di nuovo nelle mani delle banche. Né il premier ripone grandi speranze nell’appello sul lodo Mondadori visto che, come commenta sconsolato uno dei suoi, “da Milano cosa mai vuoi aspettChi gli ha parlato in queste ore lo descrive diviso tra la tentazione di mollare tutto e la rabbia che lo spingerebbe a una dura reazione (come appunto potrebbe essere un’adunata da un milione di persone), nella convinzione che “più mi attaccano e più mi rafforzano”. Tra i consiglieri ormai c’è chi è certo che, se messo con le spalle al muro da una bocciatura del lodo Alfano, il premier davvero possa tentare la carta del ricorso al “giudizio del popolo”, dimettendosi e chiedendo a Napolitano lo scioglimento delle Camere. Su quest’ultima ipotesi Berlusconi sarebbe anche sicuro di portarsi dietro Gianfranco Fini, a cui serve più tempo per tessere la sua tela.
Fantapolitica? Ormai nella cerchia stretta del Cavaliere sono questi i ragionamenti che si fanno. La convinzione che si sta facendo strada infatti è che la Consulta si avvii a bocciare il lodo, imponendo una legge costituzionale per stabilire l’immunità processuale delle alte cariche dello Stato (mentre il lodo Alfano è stato introdotto con legge ordinaria).
Uno scenario da incubo per Berlusconi, che si vede accerchiato da forze ostili. Un attacco “concentrico e lungo più direttrici – così lo descrive Fabrizio Cicchitto – che vanno dal gossip, all’evocazione degli attentati di mafia del ‘92, ad altro ancora che si prepara. E, adesso a questa sentenza civile dalle proporzioni inusitate”.
Tra gli uomini di Berlusconi c’è anche la convinzione che, in fondo, la forza del premier nel Paese non solo sia intatta ma anche in crescita. “C’è uno scollamento drammatico tra la politica che viene rappresentata nei giornali – spiega Gaetano Quagliariello – e quello che pensano i cittadini, la gente per strada. Non a caso Berlusconi, quando va a all’Aquila o a Messina, viene applaudito, lo accolgono come un salvatore”. I sondaggi del premier sarebbero incoraggianti, ragione in più per affidarsi a una carta estrema come le elezioni anticipate. Anche se una vecchia volpe come Pier Ferdinando Casini, a sentir parlare di elezioni, sente puzza di “bluff” e ritiene si tratti soltanto di “una pistola scarica”.
C’è poi la partita della Rai, dove Berlusconi non si rassegna a finire ogni settimana nel mirino di Annozero e delle altre trasmissioni “di sinistra”. “Quello di Annozero è stato un attacco ignobile”, ha detto venerdì durante il Consiglio dei ministri a proposito della puntata che aveva come ospite la escort Patrizia D’Addario. Il Cavaliere ha apprezzato la puntata di Bruno Vespa, ma è ormai convinto che si tratti di passare al contrattacco, magari forzando il palinsento Rai con una nuova trasmissione. “Ma a noi manca un Santoro di destra”, sospira un ministro che ne ha raccolto lo sfogo. (f. bei) arti?”.
NOSTRO COMMENTO: Questa è la sentenza emessa dal giudice Raimondo Mesiano che ha stabilito che Fininvest risarcirà la Cir di Carlo De Benedetti con quasi 750Milioni di euro. Silvio Berlusconi è “corresponsabile della vicenda corruttiva” scrive il giudice Raimondo Mesiano nelle 140 pagine di motivazioni con cui condanna la holding della famiglia Berlusconi al pagamento di 750 milioni di euro a favore della Cir di Carlo De Benedetti. “E’ da ritenere – continua il giudice -, ‘incidenter tantum’ (cioè solo ai fini di questo procedimento, ndr) e ai soli fini civilistici del presente giudizio, che Silvio Berlusconi sia corresponsabile della vicenda corruttiva per cui si procede… la corresponsabilità comporta come logica conseguenza la responsabilità della stessa Fininvest.. per il principio della responsabilità civile delle società di capitali per il fatto illecito del loro legale rappresentante o amministratore, commesso nell’attività gestoria della società medesima”. Decisione che arriva da oltre due mesi dalla chiusura dell’istruttoria e a quasi tre anni dal verdetto con cui, in sede penale, la Corte di Cassazione aveva reso defnitive le condanne contro gli avvocati del Premier, Previti, Acampora e Pacifico, colpevoli di aver corrotto il giudice di Roma Vittorio Metta (400milioni di lire per scrivere delle motivazioni copiate da una minuta poi ritrovata dopo una perquisizione). Cioè un dei magistrati che una decisone storica, nel 1991 tolse la casa editrice dalle mani di De Benedetti per consegnarla nelle mani di Berlusconi. Già in sede penale Berlusconi era stato riconosciuto come mandante dell’operazione, ma venne salvato dalla prescrizione. “Mala tempora currunt et peiora sequentur…” Meno male che Silvio c’è!
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Dal Corriere.it
Dell’Utri: «Le accuse di Spatuzza mi fanno ridere» Il senatore del Pdl risponde al pentito che lo ha definito «referente politico di Cosa nostra»
PALERMO – «Sono tutte grandi cazzate di cui, per fortuna, riesco ancora a ridere. È tutto un teatrino che mi fa divertire. Lo faccio passare, altrimenti il danno sarebbe maggiore di quello che viene dalle sentenze». Così, il senatore del Pdl Marcello dell’Utri ha bollato le nuove accuse a suo carico del pentito Gaspare Spatuzza che lo ha definito «referente politico di Cosa nostra».
IL PROCESSO - Il parlamentare è a Palermo per assistere all’udienza del processo d’appello in cui è imputato di concorso in associazione mafiosa. Giovedì la procura ha trasmesso alla procura generale, che sostiene l’accusa in secondo grado, i verbali con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia che potrebbero avere un effetto dirompente sul processo. Se il pg, che oggi avrebbe dovuto concludere la requisitoria con la richiesta di pene, ritenesse rilevanti per la decisone le parole del pentito, potrebbe chiedere alla corte la sospensione della discussione e l’esame di Spatuzza. «C’è tutta un’organizzazione – ha aggiunto Dell’Utri – per dare rilevanza mediatica a delle banalità: evidentemente ci sono obiettivi superiori». «Quando tutto sarà finito – ha proseguito – ci sarà da fare una riflessione su come sono state condotte alcune inchieste nel nostro Paese. Perché i magistrati, invece di perdere tempo con me, non indagano su chi ha fatto le stragi? I tre processi per l’eccidio di Borsellino pare siano stati un fallimento e non potrà passare sotto silenzio. E invece se la prendono con me e con i carabinieri».
L’ASSOLUZIONE – «Cosa mi aspetto da questo processo? Tutti gli imputati si aspettano di essere assolti». Il senatore Dell’Utri, ondannato a 9 anni di reclusione in primo grado, aggiunge: «Sono venuto qua – dice – per rispetto della Corte e perché oggi c’è la fine della requisitoria del pg e credo che sia un mio dovere di imputato partecipare al processo anche se lo ritengo assolutamente ingiusto», ha concluso.
BERLUSCONI - Il contenuto del verbale di Spatuzza consegnato oggi è relativo all’interrogatorio reso il 6 ottobre scorso al procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e ai pm Lia Sava e Antonino Di Matteo, e fa riferimento ad un presunto incontro con il boss mafioso Giuseppe Graviano nel gennaio del ‘94. «Incontrai Giuseppe Graviano all’interno di un bar in via Veneto (a Roma, ndr). Graviano era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei “quattro crasti” dei socialisti. La persona dalla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri». «Io non conoscevo Berlusconi -aggiunge Spatuzza nelle dichiarazioni- e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì. Del nostro paesano mi venne fatto solo il cognome, Dell’Utri, non il nome. In sostanza, Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo “ci siamo messi il paese nelle mani”, mettendo in evidenza la mancanza di serietà dei socialisti negli anni precedenti. A quel punto abbiamo avuto via libera all’attentato all’Olimpico che poi fallì e non si riprogrammò perché i fratelli Graviano vennero arrestati e non se ne fece più nulla». Spatuzza nel suo interrogatorio rivela quindi alcuni retroscena della presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra. Così, racconta di un altro incontro avvenuto a Campofelice di Roccella, nel palermitano, dopo la strage di Firenze nel ‘93. «Quell’incontro -ha detto ai magistrati- doveva essere finalizzato a programmare un attentato ai carabinieri da fare a Roma. Noi avevamo perplessità perchè si trattava di “fare morti” fuori dalla Sicilia. Graviano, per rassicurarci, ci disse che da quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati. In quel momento io compresi che c’era una trattativa. Lo compresi perché Graviano disse a me e a Lo Nigro se noi capivamo qualcosa di politica e ci disse che lui ne capiva. Questa affermazione mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la politica. Da quel momento io dovevo organizzare l’attentato ai carabinieri e mi mossi in questo senso. Individuai quale obiettivo lo stadio Olimpico. Mentre preparavo l’attentato mi venne detto che dovevo potenziarne gli effetti lesivi e ,intanto, dovevo aspettare un nuovo incontro con Giuseppe Graviano a Roma che in effetti avvenne». Alla domanda sul perché non avesse riferito tutto subito sul presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Spatuzza ha risposto: «Perché intendevo prima di tutto che venisse riconosciuta la mia attendibilità su altri argomenti e poi riferirne, sia per ovvie ragioni inerenti la mia sicurezza sia per non essere sospettato di speculazioni su questo nome nella fase iniziale, giá molto delicata della mia collaborazione».
GHEDINI - Sulle dichiarazioni di Spatuzza si registra anche l’intervento di Niccolò Ghedini (Pdl), legale del presidente del Consiglio: «Le dichiarazioni rilasciate da tale Spatuzza nei confronti del presidente Berlusconi sono del tutto prive di ogni fondamento e di ogni possibile riscontro. L’autorità giudiziaria ha già ampiamente indagato sulle assurde accuse che nel passato erano state mosse nei confronti del presidente Berlusconi e ne ha accertato, come era ovvio, la più totale estraneità a qualsiasi ipotesi di connessione con la mafia, fenomeno che i governi presieduti dall’on. Berlusconi hanno sempre fortemente ed efficacemente contrastato». «Tale linea di condotta – prosegue – è la migliore dimostrazione della inconsistenza di qualsiasi ipotesi in tal senso. È davvero incredibile che vi sia ancora qualcuno che può dar credito a dichiarazioni siffatte, la cui portata antigiuridica è evidente e per le quali si procederà in ogni sede». 23 ottobre 2009
NOSTRO COMMENTO: Noi che non siamo forcaioli Le auguriamo che possa ridere sempre. Ma, attenzione ai proverbi (che sono la saggezza dei popoli) “Ride bene chi ride l’ultimo!” Non Le pare? Attendiamo fiduciosi che la Magistratura faccia il suo corso. Se Dell’Utri è innocente va subito rilasciato. Se Dell’Utri è colpevole va punito. Tertium non datur
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SEPARAZIONE DELLE CARRIERE TRA PM E GIUDICI
DAL SITO:http://vids.myspace.com RIPORTIAMO UN VIDEO CON IL GIUDICE DE MAGISTRIS
Clicca sotto:
http://myspacetv.com/index.cfm?fuseaction=vids.individual&videoid=45643508
DAL SITO: www.noisefromamerika.org RIPORTIAMO:
Giustizia : La separazione delle carriere dei magistrati
La giustizia è tema invitante, ‘ché a noi economisti piace “disegnare meccanismi e istituzioni”. Ma è tema ostico, perché coperto da mille dettagli tecnici. Per questo, la collaborazione con Axel Bisignano, PM a Bolzano che si presenta ad nFA in quest’altro articolo, è essenziale: mi ha procurato il materiale e mi ha spiegato tutto per bene e con pazienza.
Comincio dalla separazione delle carriere perché è il tema su cui si incentra da qualche tempo la battaglia politica sulla giustizia. La crisi della giustizia, argomenterò, è pressoché ortogonale alla questione della separazione delle carriere. Ancora una volta, invece che affrontare i temi delle riforme istituzionali importanti, il dibattito è ridotto a un esercizio di guerra tra bande, o meglio tra caste.
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- Recensione di “Sulle regole” di Gherardo Colombo (14 Maggio 2008)
… e altri 9 articoli
Collegamenti: giustizia (14) incentivi (2) magistratura (1)
Da anni il dibattito sulla separazione delle carriere nella magistratura è, a dir poco, appassionato: le parti in causa adombrano prospettive da stato totalitario in caso la parte avversa abbia la meglio. Ad esempio, Nello Rossi, Segretario Generale della Associazione Nazionale Magistrati (ANM), finisce così un recente articolo (27 Febbraio 2008) su Il Riformista:
[...] la separazione delle carriere sembra la tappa intermdia di una lunga marcia destinata a concludersi con la trasformazione del pubblico ministero in un “avvocato della polizia”. Un “avvocato” destinato a mettere le sue competenze tecniche al servizio di una accusa preconfezionata in uffici di polizia operanti alle dipendenze dell’esecutivo.
Gaetano Pecorella, ex-deputato di Forza Italia ed ex-Presidente dell Unione delle Camere Penali Italiane, invece, introduce così la proposta di legge per la separazione delle carriere presentata nel corso del secondo governo Berlusconi:
[...] con questa proposta di legge si intende eliminare una tra le più importanti anomalie e peculiarità dell’ordinamento giudiziario italiano rispetto a quelli di tutte le altre liberal-democrazie occidentali , e cioè la possibilità per il singolo magistrato di passare dalla funzione giudicante a quella requirente [cioé la mancanza di separazione delle carriere, ndr] [...] è assolutamente impensabile che, da un giorno all’altro, chi ha combattuto il crimine da una parte della barricata si trasformi improvvisamente nel garante imparziale di chi criminale potrebbe non essere, pur essendo indagato o imputato da un ex collega di funzioni.
Il dibattito è ripreso in campagna elettorale anche se, almeno nei programmi, con toni smorzati. Il programma elettorale del PdL, rimanda vagamente alla separazione delle carriere laddove richiede il “rafforzamento della distinzione delle funzioni nella magistratura, come avviene in tutti i paesi europei; un confronto con gli operatori della giustizia per una riforma di ancor maggiore garanzia per i cittadini, che riconsideri l’organizzazione della magistratura, in attuazione dei principi costituzionali”. Il programma del PD propone invece varie misure di ri-organizzazione della gestione degli uffici giudiziari senza assolutamente menzionare la separazione delle carriere.
Ho cercato di capire cosa scaldi gli animi. Cominciamo dall’inizio: Quali carriere? Separazione, in che senso? Quali sono gli argomenti a favore e quali contro la separazione? Se, come me, il lettore non ha conoscenze approfondite di giurisprudenza per capire tutto questo troverà necessaria una premessa su come funziona il processo penale.
Premessa sul processo penale.
Due sono i modelli ideali di processo penale, il processo accusatorio e il processo inquisitorio (in inglese si chiamano, rispettivamente partisan – o anche adversarial – e inquisitorial; questo lo dico perché poi consiglierò una lettura serale in inglese). La differenza è spiegata molto bene alla voce di Wikipedia da cui riprendo qui di seguito.
Nel processo accusatorio l’imputato è assistito dal difensore, accusato dal Pubblico Ministero (PM), e infine giudicato dal giudice. Il PM ha il compito di avviare il processo e introdurre nello stesso le relative prove a carico dell’imputato. Il difensore ha il compito di difendere l’imputato. L’esame delle prove avviene ad opera di entrambe le parti, compreso l’interrogatorio dei testimoni (la cosiddetta cross-examination), di fronte al giudice. Obiettivo del giudice, e solo del giudice, è l’imparzialità. Compito del giudice è assicurare il rispetto delle norme di procedura e pronunciare la sentenza sulla base di quanto emerso nel corso del processo.
Nel processo inquisitorio la figura del difensore non cambia. Il giudice e il PM però, anche se soggetti diversi, hanno obiettivi e funzioni simili; e mentre il PM (magistrato inquirente) avvia d’ufficio il processo, partecipa assieme al giudice all’introduzione delle prove nel processo, oltre che all’esame di queste ultime.
Il processo accusatorio è tradizionale nei paesi con struttura giuridica di common law, essenzialmente i paesi anglosassoni; mentre il processo inquisitorio ha radici nel diritto civile romano e poi napoleonico.
In Italia vige, dalla riforma del 1989, il sistema accusatorio. Ma naturalmente i sistemi processuali reali non ricalcano mai con precisione i modelli ideali. Ad esempio, obiettivo del PM è pur sempre la ricerca della verità. Per espressa disposizione dell’articolo 358 del codice di procedure penale, il PM ha il dovere di svolgere “altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini”. Costituisce dovere giuridico oltre che deontologico ed etico, fornire al Giudice tutte le prove e chiedere, se si ritiene, l’assoluzione dell’imputato (verbatim da una e-mail di Axel Bisignano). A differenza di quello che avveniva col vecchio ordinamento di tipo inquisitorio, nel processo accusatorio post-1989 le prove non si precostituscono più in istruttoria, in assenza di contraddittorio, redatte a verbale dal PM o dalla polizia e conosciute dal giudice del dibattimento prima del processo. La differenza fondamentale è che al processo il giudice non sa nulla di ciò che verrà a riferire il testimone, che viene prima esaminato da una parte e poi controesaminato dall’altra (quasi verbatim da un’altra e-mail di Axel). Oltre che nella terra di Perry Mason (l’Amerika), e nel Regno Unito, il sistema accusatorio è usato ad esempio in Svezia (dal 1948), in Portogallo (dal 1974). Un sistema misto, più simile al sistema inquisitorio vigente in Italia sino al 1989, è ancora adottato in Francia. (Le date del passaggio al sistema accusatorio in Svezia e in Portogallo sono importanti, c’è una regolarità: chi indovina? Aiutino: il Cile è passato al sistema accusatorio nel 2000. Risposta: il passaggio al sistema accusatorio sembra seguire il passaggio alla democrazia).
Non è questa la sede per discutere dei vantaggi e degli svantaggi del processo accusatorio. Suggerisco un bell’articolo di Mathias Dewatripont e Jean Tirole. La sezione VI.A. discute in dettaglio i sistemi processuali. L’articolo propende, a mio parere in modo convincente per il sistema accusatorio. [Nota: questo è articolo accademico, con tanto di matematica e gergo specialistico; ringrazio Nicola Persico per il riferimento bibliografico] In due parole, la contrapposizione di obiettivi tra difensore e PM fa sì che la verità emerga più facilmente. Questo perché, essenzialmente, è difficile incentivare un giudice unico a cercare con grande sforzo la verità se uno dei possibili risultati della ricerca è “non ho trovato nulla”. Il giudice garantisce imparzialità, cioé che la verità emersa finisca nella sentenza. Il problema della pura contrapposizione di obiettivi tra difensore e PM è, naturalmente, che prove o informazioni a discolpa scoperte dall’accusa, e viceversa, siano manipolate o nascoste. Ogni sistema processuale cerca una qualche soluzione di questo problema, ed è qui che i sistemi operanti sono infatti misti.
La separazione delle carriere dei magistrati: i termini della questione.
In un sistema processuale inquisitorio, il giudice che istruisce il processo (in Italia, prima della riforma del 1989, questi era chiamato giudice istruttore), il PM, e il giudice che pronuncia la sentenza lavorano in stretto contatto e soprattutto con lo stesso obiettivo, scoprire la verità. In un sistema processuale inquisitorio, quindi, non ha senso alcuno definire separate strutture organizzative per la magistratura requirente (i PM) e la magistratura giudicante (i giudici).
In un sistema processuale accusatorio, invece, il problema della separazione organizzativa tra la struttura della magistratura requirente, a cui fanno capo il PM, e la struttura della magistratura giudicante, cui fa capo il giudice, si pone con forza. Ovviamente, dato che il PM e il giudice hanno funzioni chiaramente separate nel processo, non è efficiente che essi debbano essere parte di una medesima struttura organizzativa che ne ordini le carriere. In sostanza, la questione della separazione delle carriere è, in soldoni, la seguente:
Funzioni separate della magistratura requirente (i PM) e della magistratura giudicante (i giudici) richiedono carriere separate? Carriere separate possono rendere più efficiente l’esecuzione delle separate funzioni?
Non è difficile prevedere che la risposta alla prima domanda sia NO e che la risposta alla seconda domanda sia SI. Ma procediamo con calma. Studiamoci per bene le argomentazioni dei magistrati pro e contro (che non è cosa immediata perché scritte in legalese stretto stretto – più stretto ove le argomentazioni siano più deboli – ma questo è un altro discorso).
Le argomentazioni pro e contro.
È venuto il momento di esaminare le argomentazioni pro e contro la separazione delle carriere. Si noti che per separazione delle carriere non si intende, come spero sia chiaro dalla discussione precedente, la semplice questione di permettere ai magistrati o meno di poter esercitare entrambe le funzioni (inquirente e giudicante) nel corso della carriera ma, più in generale, la questione della separazione della struttura organizzativa dei giudici da quella dei PM. Insomma, separazione implica due diverse strutture a determinare incentivi e carriere di magistrati inquirenti e giudicanti.
Argomenti pro la separazione.
1) La separazione dei giudici dai PM, associata ad una ridefinizione e chiarificazione degli obiettivi del PM e del giudice nel corso del processo, porta al perfezionamento dei vantaggi del processo accusatorio.
2) La separazione dei giudici dai PM conferisce al giudice quell’imparzialità su cui l’intero sistema giudiziario si basa, in ultima istanza.
3) La separazione dei giudici dai PM elimina, o almeno limita, quella comunanza di formazione culturale e quella contiguità di rapporti personali tra giudici e PM che possono portare, anche non volontariamente, alla effettiva parzialità del giudice a favore del PM rispetto all’avvocato difensore.
[Nota bibliografica: Tra tutto quello che ho letto, ho trovato questo articolo di Carlo Guarnieri, ordinario di Scienze Politiche a Bologna, molto chiaro e lucido (l'articolo non è datato). Anche l'articolo di Oreste Dominioni, ordinario di Diritto Processuale e Penale alla Statale di Milano, Le ragioni della "separazione delle carriere", 2006 (pubblicato in Studi in onore di Giorgio Marinucci, Milano, Giuffré) è molto utile, anche se di più difficile lettura per un non giurista. Ringrazio Axel per i riferimenti bibliografici e per le spiegazioni.]
Argomenti contro la separazione.
1) La separazione dei giudici dai PM tende a limitare la “cultura della giurisdizione” dei PM, inducendo comportamenti più direttamenti volti all’accusa rispetto che non alla scoperta della verità, fine ultimo del processo.
2) La separazione dei giudici dai PM tende a comportare una limitazione della indipendenza del PM da poteri altri rispetto alla magistratura, in particolar modo dal potere esecutivo.
3) La separazione dei giudici dai PM elimina, o almeno limita, quelle importanti occasioni di crescita professionale che si devono all’avere esercitato diverse funzioni, in particolare la funzione requirente e quella giudicante, all’interno dell’amministrazione della giustizia.
[Nota bibliografica: Un articolo di Salvatore Vitiello, PM della Procura di Roma, scritto come esplicita risposta a quello di Guarnieri citato sopra, espone con lucidità la posizione contraria alla separazione delle carriere e risulta quindi chiaro nella pochezza degli argomenti. La posizione ufficiale dell'Associazione Nazionale Magistrati è anche chiara; infine, l'articolo di Nello Rossi, citato sopra contiene alcune argomentazioni in questo senso. Ancora una volta grazie ad Axel per i riferimenti bibliografici e per le spiegazioni.]
I meccansimi e gli incentivi.
È venuto il momento di inserire ed azionare l’economista. Provo a valutare gli argomenti con una certa ossessione per la loro coerenza logica e per l’importanza dei meccanismi nel determinare incentivi.
L’argomento 1) contro la separazione, che limiterebbe la “cultura della giurisdizione”, è basato su una premessa logicamente errata: e cioé che l’obiettivo della scoperta della verità nel corso del processo sia raggiunto più facilmente se una delle tre parti del processo ha come obiettivo la scoperta della verità stessa invece che non l’accusa dell’imputato. Detto con il gergo dell’economista, è assolutamente ovvio che l’argomento è logicamente errato: il processo è un meccanismo di interazione strategica con almeno tre agenti (il PM, il difensore, il giudice) e non un meccanismo decisionale semplice in cui una persona raccoglie informazioni e poi decide. Se fosse un meccanismo decisionale semplice, allora l’obiettivo della scoperta della verità sarebbe più facilmente raggiunto se colui che decide lo facesse sulla base di questo stesso obiettivo. Questo è ovvio. Ma la componente strategica del “meccanismo del processo” fa sì che una chiara ed esplicita contrapposizione degli obiettivi tra PM, difensore, e giudice come da processo accusatorio ideale possa in via di principio rappresentare un meccanismo più efficiente al raggiungimento della verità. La ragione è che la fase di raccolta e di esame delle informazioni (le prove nel processo) è più efficiente qualora gli obiettivi del difensore e del PM siano contrapposti, come si è discusso sopra nella breve analisi dell’articolo di Dewatripont e Tirole, mentre l’imparzialità del giudizio è garantita dalla funzione del giudice. Non è necessario che sia così, ma è certo possibile. Si può discutere su questo, ma è fuori di dubbio che l’argomento 1) contro la separazione sia fallace perché confonde meccanismi decisionali semplici con meccanismi di interazione strategica. A me pare quindi che il contrapposto argomento 1) pro la separazione sia corretto e che in certo qual modo adombri tutto questo.
L’argomento 2) contro la separazione è assolutamente fondamentale. L’indipendenza del PM dal potere politico, specie dal potere esecutivo, deve essere garantita. Il PM deve poter scegliere liberamente quali casi istruire e come istruirli, deve essere libero di perseguire le attività di indagine che ritiene più promettenti ed efficaci. Il tutto, naturalmente nei limiti della legge e delle norme di procedura (e con i giusti incentivi, ma di questo parliamo dopo). Perché la proposta di separazione della struttura organizzativa dei giudici e dei PM è interpretata come un passo verso la dipendenza della magistratura requirente dalla politica? Il fatto che questa proposta venga dagli avvocati di Berlusconi e che, apparentemente, simili progetti fossero parte delle mire PiDuiste, certo non aiuta. Dati i precedenti, io credo sia molto probabile che gli avvocati di Berlusconi vedano la separazione delle carriere come un primo passo verso un più effettivo controllo dei PM da parte dell’esecutivo, controllo a cui aspirano. Ciononostante, a me non interessa questo processo alle intenzioni, a me interessa studiare i meccanismi per il funzionamento della giustizia. In questo senso l’argomento 2) contro la separazione è importante, ma non c’è nessuna ragione logica per cui un nuovo ordinamento, che preveda la separazione della struttura organizzativa dei giudici e dei PM,, non possa (e debba, infatti) garantire l’indipendenza del PM definendo chiaramente per legge i vincoli formali ai quali sia sottoposta la sua attività di istruzione del processo e i suoi obiettivi durante il processo.
Indipendenza e obiettivi chiari, quindi. Ma come garantire la fondamentale indipendenza del PM? Il sistema più semplice è attraverso la costituzione di un organo di autogoverno cui sia affidata la carriera dei PM. Questo ha poco a che fare con la separazione delle carriere. Se sia i PM che i giudici debbono essere indipendenti, che abbiano entrambi un organismo indipendente che ne controlla le carriere. Il Consiglio Superiore delle Magistratura gestisce la carriera della magistratura giudicante; un organo simile lo può fare per la magistratura requirente. Meglio non sia lo stesso organo per evitare lotte di potere interne tra le due diverse funzioni della magistratura.
In questo contesto, una volta garantita l’indipendenza della magistratura requirente dalla politica, mi pare che l’argomento 2) pro separazione, che il giudice apparirebbe più super partes, sia assolutamente condivisibile ed innocuo.
Infine, che la separazione della struttura organizzativa dei giudici e dei PM sia perfettamente compatibile con una magistratura requirente indipendente dal potere politico, è provato dal funzionamento del sistema giudiziario in quei paesi in cui il sistema processuale accusatorio è associato a tale separazione organizzativa ed è disegnato come indipendente, dalla Svezia al Portogallo, alla Germania. L’esempio europeo più chiaro di un sistema in cui la magistratura requirente dipende dal potere esecutivo è, invece, quello vigente in Francia, paese in cui non vi è separazione tra magistratura requirente e giudicante. Anche il fatto che Portogallo, Svezia, e Cile durante i loro periodi non-democratici avessero un sistema giudiziario di tipo inquirente senza separazione tra le carriere, suggerisce che la mancanza di separazione non sia affatto un deterrente al controllo politico della magistratura.
L’argomento 3) contro la separazione mi pare di minore importanza rispetto agli altri, ma certamente condivisibile. Axel mi fa notare che avere esperienze sia nella magistratura requirente che in quella giudicante è addirittura richiesto in alcuni lander in Germania. Il fatto che questo generi contiguità tra PM e giudice è senz’altro possibile, ma mi pare un argomento per sé debole. Contiguità personali nell’esercizio di ruoli contrapposti sono frequenti e naturali in essenzialmente ogni professione: tra giudice e avvocato, tra membri delle commissioni di un concorso accademico e i concorrenti, tra arbitri ed atleti, tra poliziotti e famigliari. Alcuni di questi possono apparire pessimi esempi in Italia, che i concorsi accademici sono spesso truccati, e gli arbitri,… lasciamo stare. Ma queste relazioni funzionano altrove; la differenza sta nella chiara definizione degli obiettivi e degli incentivi di carriera. A questo accenno ora, in chiusura di articolo
Come garantire che il giudice abbia incentivo ad essere imparziale? Come garantire che il PM abbia incentivi sufficienti ad attenersi agli obiettivi imposti per legge? Nel caso del PM c’è anche una questione ulteriore e molto importante: il PM esercita in principio un enorme potere attraverso la scelta di quale reato perseguire e di come istruire un processo. Come delineare i vincoli a cui sottoporre le scelte del PM a questo proposito? Oggi in Italia, si toglie in principio al PM ogni potere su quale reato perseguire, attraverso la obbligatorietà dell’azione penale. Inoltre, si elimina ogni relazione tra la qualità della sua azione e la sua carriera, attraverso una esplicita politica di avanzamento di grado e di incremento salariale esclusivamente per anzianità. Lo stesso per il giudice, la cui carriera è definita esclusivamente dall’anzianità. Questo sistema di incentivi a modo suo funziona, nel senso che garantisce una certa indipendenza dei magistrati. Ma questo sistema di incentivi non funziona in varie altre dimensioni,
i) i PM devono comunque scegliere implicitamente quali reati perseguire, senza avere indicazioni di legge su come operare questa scelta (non si può ad esempio definire per legge un sistema di priorità tra i reati da perseguire perché per legge tutti i reati di cui la magistratura ha notizia devono essere da essa perseguiti, l’azione penale è obbligatoria), e quindi
ii) i PM possono finire per sviluppare obiettivi personali di carriera al di fuori della magistratura, obiettivi che possono guidarli nella scelta di quale reato perseguire (o di chi perseguire) e di come istruire un processo (vi sono certo vari esempi, da Di Pietro a Casson; quanto questo sia un fenomeno importante o piuttosto marginale è discutibile). Infine, e soprattutto:
iii) la carriera dei PM è in gran parte indipendente dalla qualità e dalla quantità del loro lavoro; quindi, a meno di motivazioni ideali/ideologiche, hanno chiari incentivi a lavorare poco e male.
In buona sostanza, gli incentivi di carriera della magistratura requirente e di quella giudicante ne garantiscono l’indipendenza, ma lo fanno a costo di contribuire al fallimento dell’amministrazione della giustizia (documenteremo in un prossimo articolo tale fallimento; il lettore curioso e impaziente può cominciare a leggere un bel libro al riguardo, pieno di dati: Fine Pena Mai. L’ergastolo dei tuoi diritti nella giustizia italiana, di Luigi Ferrarella, IL Saggiatore 2007; grazie a Sandro che me lo ha portato dall’Italia). Non è affatto necessario che sia così. L’indipendenza può essere garantita pur mantenendo efficaci ed efficienti incentivi di carriera. La chiave di tutto sta qui. È così che io leggo anche l’articolo di Axel per nFA. Il disegno di queste forme di incentivi sono cose che gli economisti hanno studiato, sia in teoria che nella pratica.
La separazione della struttura organizzativa dei giudici e dei PM, e delle loro carriere, appare una riforma ragionevole se ben fatta e se l’indipendenza della magistratura requirente è garantita, ma la sua rilevanza è minima rispetto alla riforma della struttura degli incentivi di carriera dei magistrati. Di questo ci occuperemo ancora, ovviamente, in un prossimo articolo (magari non così prossimo, diciamo futuro).
RIPORTIAMO: Pareri vari
Come funziona la separazione delle carriere?
In sintesi, l’idea è quella di separare fin dall’inizio della carriera i percorsi professionali di quelli che fanno il lavoro di Pubblico Ministero (l’accusa) da quelli che devono prendere la decisione finale rispetto alla colpevolezza/ innocenza degli imputati.
Obiettivo del provvedimento, non creare commistioni/ inquinamenti rispetto al comportamento dei due gruppi professionali.
Il provvedimento, più volte proposto in passato, è vivacemente criticato da molti esponenti della magistratura e non solo.
Trovi qui una collezione di risorse sul tema (Fonte: Radio Radicale)
Giustizia: Brutti, separazione carriere non è utile: SI RIPORTA:
4 maggio 2007 alle 17:56 — Fonte: repubblica.it
“Continuo a pensare, seguendo una mia antica convinzione, che separare le carriere dei magistrati non sia utile alla giustizia italiana.
Un ordinamento nel quale un magistrato rimane di fatto ad esercitare le funzioni di Pubblico Ministero per qualche decennio, finendo fatalmente con il rassomigliare ad un supersceriffo, non è un ordinamento garantista”. Lo dice il senatore Massimo Brutti, responsabile Giustizia dei DS. “La Commissione Giustizia del Senato deve, nelle sue autonome decisioni, tenere conto delle opinioni manifestate dall’ANM e dalle rappresentanze degli avvocati in tema di ordinamento giudiziario. Comunque -prosegue Brutti — su tutte le materie trattate nel disegno di legge Mastella è arrivato il momento per ogni forza politica, per ogni gruppo parlamentare, di mettere le carte in tavola.
Dica ciascuno quali sono, a suo avviso, i punti essenziali e le modifiche da proporre. C’è una esigenza di celerità dei lavori parlamentari che noi avvertiamo e che vogliamo rispettare. Contemporaneamente c’è il bisogno di un confronto serio e l’esigenza di trovare una intesa quanto più possibile ampia. Noi non vogliamo la ‘damnatio memoriae’ della legge Castelli. Vogliamo una diversa disciplina, rispettosa dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura e tale da garantire meglio l’efficienza del sistema giustizia”.
La “separazione delle carriere”
DAL SITO: http://chiarelettere.ilcannocchiale.it, SI RIPORTA:
TOGHE ROTTE: LA RUBRICA SULLA GIUSTIZIA DI BRUNO TINTI
Berlusconi ha detto che deve riformare la giustizia “ab imis” e che la “separazione delle carriere” non gli basta. Ma che cosa è questa “separazione delle carriere”?
In breve si tratta di questo: nel processo penale accusa e difesa debbono diventare parti che operano su un piano di parità; uno accusa l’imputato e l’altro lo difende; uno raccoglie le prove che provano la colpevolezza e l’altro quelle che provano l’innocenza; e tutti e due smontano le prove dell’altro come meglio possono. Sopra di loro sta il Giudice “terzo e imparziale” che deve stabilire chi tra i due ha torto o ragione. Ne consegue che, anche se l’accusa è sostenuta da un magistrato, il Pubblico Ministero, questo deve essere diverso, appunto “separato”, dal suo collega che fa il Giudice: e, per ottenere questo obbiettivo, l’unica soluzione è quella di prevedere per i magistrati due carriere separate; quella del Giudice e quello del Pubblico Ministero; e nessuno deve poter passare da un ruolo all’altro.
Si tratta di una sciocchezza; ed è facile capirne il perché: il PM tutela gli interessi della collettività, l’avvocato quelli del suo cliente. Per il PM non è importante che l’imputato venga condannato; è importante che il colpevole venga condannato. E quindi, se l’imputato non è colpevole (perché le prove raccolte contro di lui si rivelano non convincenti, insufficienti, contraddittorie) il PM ha l’obbligo di chiedere che venga assolto. In realtà, al di là dell’obbligo, al PM non salta nemmeno in testa di chiedere la condanna di un imputato che ritiene innocente o per il quale le prove raccolte gli sembrano insufficienti. Alla fine, nel PM, si riassume il ruolo di accusatore e difensore: egli cerca di capire se l’imputato è colpevole o innocente; e, quando crederà di aver capito (perché sempre di giustizia umana si tratta) chiederà al Giudice la condanna o l’assoluzione.
L’avvocato difensore, lui si, è uomo di parte; nel senso che egli ha un obbligo ben preciso: far assolvere il proprio cliente oppure, alla peggio, fargli avere la pena più ridotta che sia possibile. Per capire bene questa differenza (che però è talmente ovvia da non meritare commenti) basta un esempio: se un PM sa che è possibile acquisire una prova che dimostra l’innocenza dell’imputato, la deve acquisire; se un avvocato difensore sa che esiste una prova che dimostra la colpevolezza del suo cliente, deve (proprio deve) evitare (con mezzi leciti si capisce, ma qui il discorso si fa lungo e complicato) impedire che venga scoperta.
Insomma, non è vero che PM e avvocato sono due soggetti animati da interessi contrapposti: il PM può trovarsi dalla stessa parte dell’avvocato. E non è vero che hanno un ruolo processuale paritario: il PM difende un interesse pubblico – l’identificazione e la punizione del colpevole, chiunque esso sia -; l’avvocato difende un interesse privato – l’assoluzione del suo cliente, anche se colpevole -.
Ma allora perché….?
Le ragioni sono sostanzialmente due.
La prima: gli avvocati soffrono questo loro ruolo di esperti prezzolati; non gli piace questa figura di uomo di parte, sostenitore di interessi precostituiti, da far prevalere anche se infondati; sono a disagio, tanto più se sono persone di valore, quando debbono ricorrere ad argomenti che loro per primi sanno essere infondati; soffrono questa schizofrenia legale per la quale, come cittadini (e ancora di più come tecnici del diritto) sono consapevoli della colpevolezza del loro cliente e come avvocati debbono nasconderla, cercando di ottenere una sentenza che, per primi, sanno essere ingiusta. E, in questa situazione, sentono l’handicap di doversi confrontare con un soggetto, il PM, che non ha di questi problemi; che può sostenere in buona fede (che non vuol dire con ragione) qualsiasi tesi, che ha la libertà di una coerenza intellettuale che loro non possono permettersi. Da qui la necessità di sminuire il loro avversario; di ridurlo a qualcosa di simile a loro; di obbligarlo ad un ruolo partigiano opposto al loro: tu accusi, io difendo; e vinca il migliore.
Insomma, il processo come competizione sportiva; con un arbitro, il giudice, che deve solo sorvegliare che le regole del gioco vengano rispettate; e che deciderà quale dei due contendenti ha segnato più punti. Ma naturalmente il processo non è una partita di calcio. La responsabilità penale non può essere il risultato di una gara a chi è più bravo, accusatore o difensore. Il processo (giusto, quello che garantisce davvero il cittadino, non il cosiddetto giusto processo di cui straparlano i nostri politici) necessita di un’indagine preliminare seria e obbiettiva, di un investigatore che non abbia pregiudizi, di un PM pronto a cambiare idea ad ogni momento, di un collaboratore del Giudice nell’accertamento della verità. E necessita anche di un difensore che stimoli il PM, lo tormenti, lo costringa ad approfondire, a non trascurare nulla, ad indagare fino in fondo: perché condannare una persona è una cosa grave; e bisogna essere sicuri (quanto si può, sempre in questo mondo e non in quello divino viviamo).
Ma tutto ciò, come ho detto, non fa proprio piacere agli avvocati.
La seconda ragione:
Se il Pubblico Ministero non è più un Giudice ma una parte, come un qualsiasi avvocato, allora deve avere un datore di lavoro; proprio come un avvocato. E chi sarà questo datore di lavoro? Ma lo Stato, naturalmente, proprio come in quasi tutti gli altri Paesi occidentali. E che fa il datore di lavoro? Ordina. Stabilisce quello che il dipendente deve fare e quello che non deve fare, come lo deve fare, quando lo deve fare, fino a che punto lo deve fare. E che farà questo PM posto agli ordini dello Stato (dunque del Governo, chi “gestisce” lo Stato è il potere esecutivo)? Farà i processi che il Governo gli permette di fare; non farà i processi che il Governo non vuole che siano fatti. Peggio, qualche volta gli capiterà di dover fare i processi che il Governo gli ordina di fare. Fuor di metafora, farà i processi per rapina, omicidio e spaccio di droga, insomma quelli che non interessano la classe dirigente; e invece, per restare alla cronaca recente, non farà i processi contro Mastella e i suoi amici o contro Del Turco e compagnia bella; né naturalmente quelli contro Berlusconi. E forse gli capiterà anche di fare qualche processo contro un avversario politico della maggioranza che è al Governo.
Forse, se i cittadini sapessero cosa significa davvero la “separazione delle carriere” avrebbero un quadro più chiaro di come la classe politica interpreta l’art. 3 della costituzione, quello che dice che tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge. Bruno Tinti
La riforma nascosta della giustizia in quel patto tacito Ghedini-Violante
di GIUSEPPE D’AVANZO
DA REPUBBLICA.IT
È L’UOVO di Colombo. Che cos’è un pubblico ministero senza polizia giudiziaria? Più o meno, niente. Un corpo senza braccia. Una toga nera che cammina. E allora se, nella scelta e nell’avvio dell’esercizio dell’azione penale, si toglie all’accusa la collaborazione della polizia; se si attribuiscono alla polizia i poteri che oggi sono del pubblico ministero (dalle notizie di reato alla direzione delle indagini), il gioco è fatto.
Quel che oggi appare una faticosa (e ardua) ascesa alle vette di una riforma costituzionale diventa, più o meno, una quieta passeggiata in riva al mare. Un percorso legislativo ordinario e svelto che, senza troppo clamore e piazze Navona, altera gli equilibri costituzionali più di quanto possa fare una risicatissima riscrittura della Costituzione.
La “riforma della giustizia” (o meglio lo scontro ideologico tra politica e magistratura) ha già un suo compromesso concreto, rapidamente realizzabile e già per buona parte condiviso. L’abolizione di qualche parola in due articoli del codice di procedura penale consente alla politica di ottenere, senza “guerre di religione”, quel che dai tempi della Bicamerale è apparso alla politica una chimera: il controllo dell’azione penale e l’attenuazione dei poteri del pubblico ministero a vantaggio dell’esecutivo.
Come si sa, la riforma ha un’agenda autunnale già annunciata dal ministro della Giustizia Alfano: riforma del processo penale e civile e, poi, interventi costituzionali che muteranno il ruolo del Csm, l’obbligatorietà dell’azione penale, la separazione delle carriere. E’ un’agenda, per la prima parte (riforma del processo), condivisa anche dall’opposizione che vuole rendere concreta la ragionevole durata del processo e più efficiente (finalmente efficiente) la macchina della giustizia. Ma, a saper ascoltare Luciano Violante e Niccolò Ghedini – le vere “teste d’uovo” protagoniste di questo minimalismo al tempo stesso riformista e rivoluzionario – è sufficiente già il riordino del processo penale per raccogliere qualche desideratissimo risultato. L’accordo non è segreto. Il compromesso è lì alla luce del sole e basta soltanto
Chiedono a Violante della separazione delle carriere (2 settembre, il Giornale). Curiosamente, prima di dirsi contrario alla separazione, Violante ragiona a lungo (in apparenza c’entra come il cavolo a merenda) sulla “confusione tra attività di polizia e attività del pm”. Per concludere: “Il ruolo della polizia è stato schiacciato dal ruolo del pm. Bisogna tornare ai principi della Costituzione: la polizia da una parte e il pm dall’altra, ciascuno con proprie attribuzioni”. E’ una stravaganza il richiamo alla Carta. Come se le “attribuzioni” delle polizie fossero prescritte dalla Costituzione che, al contrario, all’articolo 109 recita: “L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”.
A stretto giro (3 settembre, il Giornale), risponde a Violante Niccolò Ghedini. Tecnico sapientissimo, di fatto il Guardasigilli, scorge il varco. Dice: “Sono d’accordo sulla necessità di valorizzare il lavoro della polizia giudiziaria rendendolo più autonomo da quello del pm. L’accordo si può trovare in tempi brevi”. Si può immaginare che l’avvocato e consigliere di Berlusconi sfoggi uno dei suoi sorrisi, quando si lancia nella difesa dell’obbligarietà dell’azione penale (“La manterrei”). Ghedini sa che, liberata la polizia giudiziaria dalla dipendenza al pm, non vale più la pena occuparsi dell’obbligatorietà dell’azione penale che sarebbe già fritta. Vediamo perché.
Oggi (art. 327 del codice di procedura penale) “il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria che, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, continua a svolgere attività di propria iniziativa”. Se si cancellano le parole in corsivo la norma diventa: “La polizia giudiziaria, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, svolge attività di propria iniziativa”. Il pubblico ministero perde la direzione delle indagini mentre la polizia guadagna la sua libertà. Come chiunque comprende, la variazione non è neutra e senza conseguenze. Il pubblico ministero è indipendente dal potere politico e “soggetto soltanto alla legge”, mentre il poliziotto è un funzionario dello Stato che risponde agli ordini di un ministro e alle scelte politiche del governo. Una seconda “correzione” accentua la discrezionalità della polizia e la distanza dal pm.
Articolo 347 del codice di procedura di penale: “Acquisita la notizia di reato, la polizia giudiziaria, senza ritardo, riferisce al pubblico ministero”. Se cade il corsivo (“Acquisita la notizia di reato, la polizia giudiziaria riferisce al pubblico ministero”) l’intero gioco investigativo finisce nelle mani delle forze dell’ordine. Lo scenario diventa questo. Le polizie raccolgono la notizia di reato; fanno i primi accertamenti; ne possono valutare protagonisti, modalità e conseguenze. Informare la catena gerarchica e il governo. Decidere quando e come informare il pubblico ministero.
Non si può escludere che, nelle occasioni meno gradite o imbarazzanti per il potere politico o economico, la comunicazione possa avvenire fuori tempo massimo quando i buoi sono già scappati dalla stalla o quando diventa difficile raccogliere coerenti e tempestive fonti di prova per accertare reato e responsabilità. (Naturalmente sempre possono esserci pressioni sulla polizia giudiziaria per “aggiustare” le indagini, ma la dipendenza dal pubblico ministero protegge i funzionari dello Stato dalle gerarchie e dai governi).
Come si può comprendere, grazie a poche parole soppresse in un codice, giustizia e processo muterebbero. Sarebbe il governo a decidere, attraverso le polizie, quale fenomeno criminale aggredire e quali affari penali indagare. La separazione della polizia giudiziaria dal pubblico ministero risolve all’origine molte questioni cui la politica non ha trovato soluzione nel corso del tempo. L’obbligatorietà dell’azione penale sarebbe sterilizzata.
Oggi nella disponibilità delle procure, l’inizio dell’azione penale viene consegnata al governo che può selezionare quando, come e contro chi esercitare l’azione, attraverso la notizia di reato raccolta dalla polizia giudiziaria e i tempi di comunicazione alle procure. L’indipendenza del pubblico ministero sarebbe marginalizzata. Decretata la sua autonomia nelle indagini, sarà il poliziotto a decidere del lavoro soltanto formalmente indipendente del magistrato trasformando il pubblico ministero in “avvocato della polizia”.
Un “avvocato” che mette le sue competenze tecniche al servizio di un’accusa preconfezionata in questure e caserme che lavorano alle dipendenze e con gli input del governo. La soluzione può essere gradita a larga parte del mondo politico (è un errore sottovalutare l’influenza e le connessioni di Violante nell’opposizione e nelle istituzioni) e peraltro Silvio Berlusconi non ha mai fatto mistero di volerla ad ogni costo. Forse, l’avrà. Senza tanti ghirighori costituzionali, la quadra – come l’uovo di Colombo – è lì a portata di mano. In poche parole da cancellare con un tratto di penna.
NOSTRO COMMENTO: L’articolo è lungo ma il tema lo richiede. Questo della separazione delle carriere tra PM e giudici è un tema scottante e oggetto di riforma da parte dell’attuale Governo. Per come si può notare abbiamo deciso di pubblicare vari articoli sulla materia, per dare la possibilità ad ognuno di farsi un idea precisa sulle varie correnti di pensiero che circolano e che si contendono il campo sull’argomento pro e contro la separazione della magistratura inquirente da quella giudicante. Abbiamo anche registrato un video del giudice De Magistris che, sul punto, riteniamo sia abbastanza esaustivo ed obbiettivo. Sotto un profilo puramente teorico, Noi non saremmo sfavorevoli alla separazione tra la magistratura inquirente e quella giudicante. Però, sotto un profilo di ordine meramente pratico, reale, abbiamo l’impressione che il PM possa diventare, prima o poi, un soggetto controllato dal potere politico. Per evitare che ciò accada sarebbe opportuno che il Governo intervenisse, in questa delicata materia, con un provvedimento di ordine costituzionale che preveda un titolo che riguarda i Magistrati e l’altro i PM con precise garanzie di indipendenza.
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Dal sito www.pensierolibero.eu si riporta:
La Stampa vergognosamente tace sulla condanna di Rutelli (Anno Zero articolo 232) Candida nuovamente come sindaco di Roma, ma nessuno parla delle consulenze d’oro!
// Roma 18 Febbraio 2008 – Tutti assicurano che il PD sia pulito e lindo, primo tra tutti lo stesso Walter Veltroni, nessuno condannato. Certo se la stampa tace in modo palese, in quanto il neo candidato sindaco di Roma è stato condannato con tutto il suo esecutivo per le poco discusse “consulenze d’oro”.
Processo di primo grado
Il 25 settembre 2001, c’è stato un processo con relativa condanna: Francesco Rutelli e vari membri delle giunta vengono condannati a restituire lire 2.238.664.265, non viene comunque data all’epoca molta enfasi allo scandalo, per nostra fortuna la rete delle reti ha una memoria di ferro:
http://www.osservatoriosullalegalita.org/a/sent/rutelli1.htm
Appello
Successivamente un appello con conferma della condanna. Il danno va quantificato, secondo le indicazioni della parte attrice, in complessive 1.090.547.564 di Lire. Rutelli Francesco deve restituire 301.674.228 Lire.
http://www.associttadini.org/ausiliaritraffico/cdcconferma.html
Cassazione
La CORTE DI CASSAZIONE Sezioni Unite Civili, 25 gennaio 2006, con la Sentenza n. 1379 – Il ricorso in cassazione è stato rigettato e quindi la condanna dell’appello risulta confermata.
http://www.ambientediritto.it/sentenze/2006/Cassazione/cassazione.html
La condanna conferma che i menzionati, quali amministratori o alti funzionari del Comune di Roma, avevano votato numerose delibere di Giunta, con le quali erano stati conferiti e/o rinnovati incarichi e consulenze professionali esterne in violazione di norme contenute nella legge n. 142 del 1990 e nel d. lgs. n. 29 del 1993, recepiti nello Statuto Comunale e nel Regolamento per l’Organizzazione degli Uffici e dei Servizi dell’Amministrazione Comunale.
L’art. 323 del codice penale, contenuto nel Libro Secondo – Titolo II -DEI DELITTI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE. Reato detto ABUSO DI UFFICIO.:
[...], il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, [...], intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.
Visti i fatti sporge spontanea una domanda perché a Rutelli non è stata applicata la pena prevista? Forse perché la Corte dei Conti non è un tribunale penale, ma allora perché nessun tribunale penale si è interessato della vicenda?
Ora sembra che sia stata presentata una “domanda di revocazione”. Ma ciò che lascia allibiti è il silenzio stampa su una condanna definitiva riguardo l’amministrazione del comune di Roma da parte di Francesco Rutelli attualmente candidato sindaco per il medesimo comune, certamente pronto a nuove ed inutili consulenze d’oro che graveranno sui cittadini della città eterna! Veltroni ha assicurato che il PD è un partito pulito, iniziamo bene, la prima grande bugia! La rete delle reti ricorda, la stampa e i media un po’ meno, ma certamente Franceso Rutelli, non è presentabile come sindaco di Roma, visto i precedenti!
di Loris Modena
ANCORA:
ASSOCITTADINI: la Corte dei Conti conferma in appello la condanna della Giunta Rutelli per i “consulenti d’oro”. ROMA – Associttadini Associazione degli utenti e dei consumatori rende noto che la Corte dei Conti - Seconda Centrale d’Appello – ha confermato le condanne nei confronti dell’ex Sindaco di Roma Francesco Rutelli e della sua Giunta nel procedimento per i consulenti esterni degli anni ‘94-95 utilizzati dall’amministrazione capitolina. Le sentenze sono la 136/2002A e la 137/2002A e sono pubblicate sul sito Internet della Corte dei Conti. ASSOCITTADINI ASSOCIAZIONE DEGLI UTENTI E DEI CONSUMATORI – Ufficio Stampa - Tel. 0637350429 Cell. 3476616218 Fax 1782238718 Via Antonio Baiamonti 10 int. 25 – 00195 Roma http://www.associttadini.org e-mail ufficiostampa@associttadini.org Se pubblicate qualcosa su di noi vi preghiamo d’avvisarci. Grazie! Rutelli condannato per le consulenze d’oro ma candidato lo stesso.
NOSTRO COMMENTO: Perchè gli Italiani ricordino. Questa si che è una vergogna! Quelli di PD predicano bene e razzolano male. Ormai in Italia avere una sentenza di condanna pare sia diventato un titolo di merito! IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO! In bocca al lupo ITALIA!
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APPELLO DELL’UTRI/1/2/3/4/6/7/8/9
FONTE: IDVSTAFF
DELL’UTRI/2
DELL’UTRI/3
DELL’UTRI/4
DELL’UTRI/6
DELL’UTRI/7
DELL’UTRI/8
DELL’UTRI/9
NOSTRO COMMENTO: Attendiamo l’esito della sentenza.
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Clemente Mastella difende Lady Sandra “in esilio”
Fonte:CIOCCOLATOEVANILGLIA
Da Repubblica.it si riporta:
Dopo l’avvio dell’inchiesta, parla l’ex ministro della Giustizia “Segnalazioni? Sempre solo gente che aveva bisogno” Arpac, Mastella si difende “Io e Sandra abbiamo le mani pulite”
La moglie del leader dell’Udeur chiede “tempo” ai pm per studiare le carte
e dice: “Ho lavorato bene, ho fatto il massimo. Ritengo non sia giusto dimettermi”
ROMA – “Io e Sandra abbiamo le mani pulite. Mi ritengo vittima di una enorme ingiustizia”. Clemente Mastella si difende così dopo il coinvolgimento (suo e della moglie) nell’inchiesta della procura partenopea sull’Arpac: una storia di posti regalati, favori e appalti. Una difesa veemente ma che non entra in rotta di collisione con i giudici: “Chi attende una dichiarazione di guerra alla magistratura resterà deluso. Lo straordinario risultato elettorale ottenuto (l’elezione all’Europarlamento ndr) non mi scansa, laddove avessi commesso reati, dal finire al Tribunale della Giustizia che affronterò con molta serenità, ma anche con molta decisione e molta determinazione”.
E’ una difesa a tutto campo, quella del leader dell’Udeur. Che rigetta le accuse. A partire dalle “segnalazioni” per le assunzioni di cui si sarebbe reso protagonista. Non da solo, ovviamente. Su due file rinvenuti nel pc della segretaria dell’ex direttore dell’Arpac, Luciano Capobianco, sono stati trovati ben 655 nominativi accompagnati dalla segnalazione di esponenti politici.
Mastella non nega, ma minimizza: “Ho segnalato povera gente che aveva difficoltà e comunque ho fatto meno segnalazioni dell’Idv. Io, da quello che apparirebbe, ne ho fatte 26; l’Idv con i suoi rappresentanti, senatoriali oggi e consiglieri regionali, ne ha fatte 27″. Totale, poi, la difesa della famiglia. A partire dalla moglie Sandra a cui i giudici hanno imposto l’allontanamento dalla Campania e da sei province limitrofe: “La misura presa a carico di mia moglie è, a dir poco, ingenerosa”.
“Noi siamo uno strano partito di potere – continua Mastella – che riesce ad aver voti anche quando il potere non ce l’ha. Nessuno può dire che io avessi un caposaldo di potere, un’attrezzatura tale di gestione che mi potesse consentire di fare pressioni rispetto a chicchessia, di esercitare una sorta di voto di scambio”. Le accuse lo lasciano “allibito”. Al punto di gettare sul tavolo alcuni sospetti: “Tutto pensavo fuorché essere il Provenzano della politica. Cosa che è accaduta da quando sono diventato ministro della Giustizia..”.
E a chi gli fa notare il collegamento tra un consigliere regionale dell’Udeur e il clan dei Casalesi, Mastella replica secco: “Se c’è qualcuno che ha preso confidenza con gli altri ne risponderà personalmente e dovrà farsi da parte”. Di dimissioni, poi, neanche a parlarne. “Andrò avanti con piena avvertenza e deliberata coscienza. Io ho la coscienza serena, la mente alta, la dignità di andare avanti e il rispetto delle 100 mila e passa persone che mi hanno votato. Io non defletto” chiude il leader dell’Udeur.
Lady Mastella dai giudici. Sandra Lonardo chiede tempo e conferma che non ha alcuna intenzione di dimettersi dalla presidenza del Consiglio regionale campano: “Ho fatto il massimo per esaltare il ruolo del Consiglio e per lavorare per il bene dei cittadini… Ritengo non sia giusto dimettermi”, fa sapere attraverso il suo portavoce Alberto Borrelli. Accompagnata dal suo avvocato Saverino Nappi, è arrivata in Procura alle 15.40 ed è andata via dopo circa 20 minuti. Chiedendo più tempo per esaminare le oltre 900 pagine dell’ordinanza e assicurando la sua disponibilità a collaborare con i giudici. E così per la sua difesa si affida a Facebook: “Mai gestito appalti, Mai preso una lira da nessuno!!!!! Mai condizianato nessuno”, scrive sul social network. Un modo per rispondere alla valanga di messaggi che da ieri mattina continuano a giungere sulla sua bacheca.
Le indagini. Nel frattempo Pm e Gip partenopei si apprestano a iniziare l’interrogatorio dei 25 dei 63 indagati. La Lonardo è indicata nelle mille pagine dell’ordinanza emessa dal Gip, Anna Laura Alfano, come il ‘dominus’, insieme al marito Clemente, dell’organizzazione a delinquere che ha gestito per procurarsi vantaggi economici e di clientela politica nomine e appalti dell’Arpac, carriere di medici nell’Asl ‘Benevento 1′ e in diversi ospedali della regione e rappresentanze politiche in enti locali. Ma Mastella si ribella e promette battaglia: “Una cosa è certa, non posso accettare l’idea di essere a capo di un partito di persone poco perbene, o peggio di una cupola”.
Sempre da Repubblica.it, si riporta:
L’europarlamentare Pdl nega ogni responsabilità nell’inchiesta su appalti e favori in Campania
“Oggi mia moglie deciderà sulle dimissioni. Massimo rispetto per i magistrati, ma ci difenderemo”
Mastella: “Attacco vergognoso io e Sandra non ci arrenderemo” di CLAUDIO TITO
ROMA – Fugge via dall’Europarlamento non appena gli comunicano la notizia. Destinazione Roma e poi Ceppaloni. Per abbracciare la moglie, perché “i sentimenti vengono prima di tutto”. Nega Clemente Mastella. Nega di essere invischiato in questa storia di posti regalati e abuso d’ufficio, di favori e di appalti. Perfino di sostegni elettorali dai clan. Ma non esclude che, come per l’inchiesta che lo ha costretto nel gennaio 2008 a dimettersi, anche sua moglie Sandra possa decidere di farsi da parte. Tutto resterà sospeso fino ad oggi. L’ex Guardasigilli, oggi deputato europeo del Pdl, è convinto che si risolverà tutto come due anni fa: “In un nulla di fatto”. E avverte: “Noi non ci arrenderemo”. Viene raggiunto al telefono un paio d’ore dopo che la notizia rimbalza dal capoluogo campano.
Clemente Mastella come si sente? L’inchiesta colpisce duro sua moglie ma tocca anche lei.
“Sono sereno. Non ho paura di niente”.
Dove si trova? È tornato a Roma?
“Sto rientrando dalla sessione dei lavori parlamentari a Strasburgo, mi trovo a Parigi in transito ma sto tornando di corsa a Roma per raggiungere mia moglie. Perché prima di ogni cosa ci sono i sentimenti e poi tutto il resto. Però in questa vicenda ci sono delle cose che davvero non funzionano. Che mi risultano alquanto oscure”.
A cosa si riferisce?
“Mi ha chiamato mia figlia stamattina presto da Roma. E mi ha detto che dentro casa mia sono arrivati all’alba quattro carabinieri. Stavano là dentro senza alcun permesso. Mi chiedo: cosa facevano? Cosa cercavano? Sono stati lì tre ore. Dalle 6 alle nove di mattino. Capite che shock per mia figlia? Ho dovuto ricordare loro che sono un parlamentare e che esistono certi limiti. E che quella era una violazione. Mi hanno solo risposto che stavano lì per attendere ordini”.
Che tipo di violazione, onorevole Mastella?
“Quella è una violazione di domicilio. Una cosa inaccettabile.
A questo punto sua moglie che farà?
“Sandra è tranquilla. Semmai, è amareggiata. Ma noi abbiamo tutti la coscienza a posto. Sappiamo di non dover temere nulla”.
Ma si dimetterà dalla presidenza del Consiglio regionale campano?
“Non posso escludere niente. Su questo, però, non mi faccia dire niente. Domani (oggi, ndr) faremo una conferenza stampa a Napoli. E lì saprete tutto.
Lei cosa si aspetta e soprattutto come intende muoversi?
“Io sono assolutamente sereno. Andremo in tutte le sedi opportune a difenderci. Non ci arrenderemo. Nessuno può dire che io sono contro i magistrati. Nessuno può dire che io mi sia mosso contro le prerogative che sono proprie della magistratura. E continuerò a comportarmi in questo modo, difendendo i nostri diritti nel massimo rispetto”.
Ma lei si è fatto un’idea di questa inchiesta? Si parla di raccomandazioni, di liste di clienti, perfino di corruzione.
“Assolutamente no. Mi sembra tutto impossibile”.
Ritiene che questa inchiesta sia legata a quella che due anni fa l’ha costretta alle dimissioni da ministro?
“Temo che tutto nasca da lì. Anche se quella ormai è una vicenda superata. Mi chiedo: anche il governatore Antonio Bassolino è coinvolto nelle indagini?”.
Ancora da Repubblica.it si riporta:
Maxi inchiesta sull’operato dell’Agenzia per l’ambiente con 63 indagati, tra loro la presidente
del Consiglio regionale: “Mi è crollato il mondo addosso. Ancora non riesco a crederci”
Napoli, inchiesta su appalti e assunzioni
Lady Mastella allontanata dalla Campania
Trovato un file con oltre 650 nomi di ‘raccomandati’ e dei loro sponsor politici
NAPOLI – Scoppia lo scandalo dell’Arpac e coinvolge anche la presidente del consiglio regionale, Sandra Lonardo Mastella. Secondo la procura di Napoli, all’Agenzia regionale per l’ambiente le assunzioni clientelari, messe nero su bianco in un file, sono state per lungo tempo la norma. Nell’inchiesta sono indagate ben 63 persone (25 le misure cautelari), ma il provvedimento più eclatante assunto dal gip è il divieto di dimora in Campania e in sei province limitrofe (Latina, Frosinone, Isernia, Campobasso, Foggia e Potenza) per la presidente del consiglio regionale Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella, leader dell’Udeur, ex ministro ed attuale eurodeputato eletto nel centrodestra.
L’inchiesta. Gli attuali sviluppi dell’inchiesta su appalti e assunzioni, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, scaturiscono dall’unificazione di due indagini riguardanti presunti episodi di corruzione e concussione di esponenti dell’Udeur della Campania, tra i quali lo stesso Mastella, all’epoca ministro della Giustizia. Le accuse contestate vanno dall’associazione a delinquere finalizzata alla truffa, all’abuso di ufficio, alla turbativa d’asta e alla concussione. Gli investigatori avrebbero scoperchiato un sistema che gestiva appalti e concorsi pubblici.
Raccomandazioni. Durante una perquisizione, in un file trovato nel computer sequestrato dalla Guardia di Finanza nella segreteria dell’ex direttore generale dell’Arpac, sono saltati fuori 665 nomi di persone che sarebbero state assunte su segnalazione di uomini politici. “Si tratta – si legge nell’ordinanza emessa oggi dal gip Alfano – di raccomandati veri e propri che rispetto ad altri aspiranti privi di sponsor, disponevano della segnalazione di un referente politico che determinerà, nella maggior parte dei casi l’assunzione in violazione delle norme”. Alcune segnalazioni venivano inviate via fax dal politico “di riferimento”. In altri casi il curriculum sarebbe stato scritto a matita proprio dal politico. L’elenco dei presunti sponsor vede in testa con 100 segnalazioni l’ex assessore regionale udeur Nocera; poi a seguire i nomi di T.Barbato (43), Fantini (36), Giuditta (35), C.Mastella (26), Enrico (17), S.Mastella (12). Tra gli altri nomi di politici locali e nazionali più noti figurano anche Bassolino (2), De Mita (2), Pecoraro Scanio (1), Sales (1).
Da rilevare che un filone dell’inchiesta riguarda presunti appoggi elettorali di un clan di Marcianise. Di questo, però, si occuperà la Dda.
Gli indagati. Agli arresti domiciliari sono finiti l’ex direttore dell’Arpac Luciano Capobianco, già braccio destro del coordinatore campano Arturo Fantini al commissariato per l’emergenza terremoto, anche lui indagato insieme a esponenti politici di vari partiti, funzionari e dirigenti dell’Arpac, imprenditori. Nei confronti di Clemente Mastella, invece, è stato emesso un avviso di conclusione delle indagini preliminari che gli verrà notificato non appena, in giornata, sarà rientrato in Italia da Strasburgo. Coinvolti anche il consuocero dell’ex ministro, Carlo Camilleri, che è anche segretario generale dell’Autorità di Bacino Sinistra Sele, e il consigliere regionale dell’Udeur Campania, Nicola Ferraro.
Lady Mastella a Roma. Nell’abitazione di Sandra Lonardo a Ceppaloni si sono presentati stamane cinque carabinieri in borghese. Successivamente la moglie di Mastella ha lasciato la villa e si è diretta a Roma. La presidente del Consiglio campano si dice sconvolta. Prima in un lunga dichiarazione e poi in una lettera (testo integrale), nella quale si legge: “Mi è crollato il mondo addosso. Mi chiedono di dimorare fuori dalla Campania. Ancora non riesco a crederci. Non sono nemmeno riuscita a capire di cosa mi accusano. Mi hanno consegnato pagine e pagine… Stavolta con mio marito sarei a capo di una cupola affaristica… Senza spiegarci quali affari avremmo fatto…”.
La parcella. Nell’inchiesta compare anche il pagamento di una super parcella da un milione e 300 mila euro. Uno dei coinvolti è stato beneficiato dall’Asl di Benevento di una consulenza su un argomento che la stessa Procura di Napoli definisce “non chiaro”. Si tratta della ricompensa ricevuta “dopo aver dispiegato per il partito (l’Udeur, ndr) una presunta intermediazione con gli organi di giustizia amministrativa in una controversia elettorale relativa alle elezioni comunali di Morcone (Benevento)”. Agli atti dell’Asl nessuna documentazione ma solo il pagamento delle parcelle.
Ieri, inoltre, il gup Sergio Marotta ha fatto slittare al 26 ottobre la decisione su un altra inchiesta che vede 23 indagati, tra cui i Mastella, per una presunta lobby che avrebbe favorito le nomine in quota Udeur.
NOSTRO COMMENTO: Vedremo se ha ragione Mastella o i giudici. Attendiamo che le indagini della Magistratura proseguano e, come sempre, siamo fiduciosi nell’operato della Magistratura.
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Pecoraro indagato per truffa e corruzione, nega accuse
Venerdì, 4 Aprile 2008. Da Reuters, si riporta:“
BARI/ROMA (Reuters) – Il Ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio è indagato dalla procura di Potenza insieme ad altre tre persone per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e corruzione, per aver concesso presunti favori a imprenditori in cambio di viaggi e soggiorni gratuiti. Lo riferiscono fonti investigative del capoluogo lucano.Un portavoce del ministro ha però detto che Pecoraro Scanio ha appreso soltanto dalla stampa di essere sotto indagine e che ha comunque assicurato “massima collaborazione” per chiarire la vicenda. Intanto alla procura di Roma sono arrivati una dozzina di faldoni, attualmente all’esame del procuratore capo Giovanni Ferrara che dovrà stabilire se contengano atti di competenza del Tribunale dei ministri o se la documentazione debba rimanere all’esame della procura capitolina, riferiscono fonti giudiziarie.In caso contrario, Ferrara rinvierà i documenti alla procura di Potenza, dove titolare del fascicolo è il pm John Woodcock, già protagonista di altre inchieste che hanno avuto forte risalto mediatico su politici e personaggi dello spettacolo, come Fabrizio Corona. E proprio indagando sulle relazioni di Corona, dicono le fonti, gli inquirenti sono risaliti attraverso intercettazioni a un imprenditore di Policastro e di qui a un’agenzia di viaggi Perugia, la Visetur, che avrebbe ottenuto un appalto per organizzare viaggi, trasferte e soggiorni per conto del ministero. In cambio, ritengono gli inquirenti, il leader dei Verdi avrebbe ottenuto voli e soggiorni gratuiti. Il coinvolgimento del ministro – contro cui è ipotizzato il reato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa contro la Pubblica Amministrazione e quello di corruzione – risulterebbe da altre intercettazioni. Insieme a Pecoraro Scanio sono indagate altre tre persone: uno dei titolari dell’agenzia di viaggi, un collaboratore del ministero e un magistrato fuori ruolo che avrebbe lavorato prima a Lagonegro e poi a Salerno. PORTAVOCE MINISTRO: L’ABBIAMO SAPUTO DALLA STAMPA
I fascicoli relativi ai tre sono stati trasmessi alla Procura di Roma, dicono le fonti. Ma fino a ieri sera il capo della Procura ha smentito la circostanza. Il fratello di uno dei titolari dell’agenzia è un consulente del ministro, come ha confermato in un’intervista al Corriere della Sera lo stesso Pecoraro Scanio. Nella stessa intervista però il ministro ha detto che la società “se non mi sbaglio, durante la nostra gestione ha perduto l’appalto”. “Il ministro non ha ricevuto alcuna carta , alcuna comunicazione. L’abbiamo saputo dalla stampa – ha detto il portavoce Giovanni Nani – C’era una chiacchiera che girava su un’agenzia di viaggi, ma sembrava un problema amministrativo, non certamente una cosa di queste dimensioni, anche perché questa vicenda avviene a una settimana dal voto”. Il portavoce ha aggiunto che il ministro comunque “ha assicurato la massima collaborazione per chiarire ogni cosa”. L’inchiesta di Potenza, hanno aggiunto le fonti, riguarda anche la questione dello smaltimento dei rifiuti in Campania. Secondo alcuni quotidiani, gli investigatori stanno indagando sul presunto interessamento di Pecoraro Scanio a un appalto per lo smaltimento di rifiuti campani in Grecia. Appalto che però non sarebbe mai andato in porto. “E’ evidente che il ministro non si è mai occupato in maniera diretta di appalti, e neanche di rifiuti”, ha commentato il portavoce.
NOSTRO COMMENTO: Certo che il Governo Prodi quanto a Ministri indagati non è secondo a nessuno. Prima, lo stesso Prodi, è stato oggetto di attenzione per abuso d’ufficio da parte della Procura di Catanzaro nell’ambito dell’inchiesta sulla Cd. “Loggia di S.Marino”.(Ma Prodi non è stato indagato non avendo ricevuto nessun avviso di garanzia) Subito dopo la vicenda del ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che è stato iscritto sul registro degli indagati della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta «Why not» per i reati di abuso d’ufficio, concorso in truffa e violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Ora, il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, indagato dalla Procura di Potenza, assieme ad altre tre persone, per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e corruzione per aver concesso presunti favori a imprenditori in cambio di viaggi e soggiorni gratuiti. Ma, al di là di come finiranno le indagini della Magistratura, l’opinione pubblica rimane sgomenta di queste vicende. In altri tempi, al solo sospetto di essere indagati, si rassegnavano le dimissioni, nell’attesa di chiari pronunciamenti da parte della Magistratura. Ciò per evitare che il benché minimo sospetto nelle persone preposte a gestire la “cosa pubblica” potesse creare ombre nel loro comportamento. La stessa cosa non avviene oggi. Anzi, avviene esattamente l’opposto. Per tutti, confronta, Salvatore, detto “Totò” Cuffaro, Presidente della Regione Siciliana, il quale è stato condannato a 5 anni di carcere. Non solo non si è dimesso, ma, addirittura ha festeggiato l’evento mangiando cannoli, secondo quanto si rileva dal reportage del Corriere della Sera. Il Pubblico Ministero, John Woodcok, titolare dell’inchiesta relativa a Pecoraio Scanio non è un angioletto, oltretutto è protagonista di altre inchieste che hanno avuto un forte impatto mediatico su politici e personaggi dello spettacolo, come Fabrizio Corona. Noi, che non vogliamo il male altrui ad ogni costo, auguriamo al Ministro, Pecoraro Scanio di essere veramente estraneo ai fatti imputati. Come è avvenuto con il Ministro Mastella nel caso “Why not” e con Prodi che non è stato indagato. In bocca al lupo Italia!
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L’OMICIDIO DI SALVO LIMA
DAL SITO: http://senzamemoria.wordpress.com, si riporta:
Marco Travaglio – Mafia: Salvo Lima e Giulio Andreotti
Fonte:ermes91 4-10-2008
Il 12 marzo 1992 intorno alle 9.30 del mattino, giungeva al “113″ una segnalazione con la quale si riferiva che in via delle Palme, a Mondello era stato commesso un omicidio. Su un marciapiede infatti giaceva il cadavere di una persona immersa in una enorme pozza di sangue. Non era un persona qualunque quell’uomo. Si trattava infatti dell’on. Salvo Lima, deputato al Parlamento Europeo e leader della corrente andreottiana della Democrazia Cristiana in Sicilia.
Sul posto, gli agenti di Polizia vennero subito avvicinati da due persone che prima accompagnavano l’europarlamentare in auto: il prof. Alfredo Li Vecchi ed il dott. Leonardo Liggio, entrambi esponenti della DC palermitana. Quella mattina i due amici erano andati a prelevare Lima presso la sua villa di Mondello, per accompagnarlo al Palace Hotel, un grande albergo della costa palermitana, presso cui avrebbero dovuto organizzarsi i preparativi per la imminente visita dell’on. Andreotti, in occasione della campagna elettorale per le elezioni politiche del 4 e 5 aprile 1992.
Lima era sceso da casa ed era entrato nella vettura; dopo aver percorso un breve tragitto, l’auto era però stata affiancata da una moto con due persone a bordo, una delle quali aveva esploso diversi colpi di arma da fuoco contro il veicolo, inducendo l’autista a frenare e ad accostare quasi subito; Lima aveva capito benissimo quanto stava accadendo e, vedendo la moto fare inversione di marcia per tornare verso di loro, aveva gridato “Stanno ritornando!”, precipitandosi fuori dall’abitacolo in cerca di scampo. A quel punto, anche gli altri due occupanti della vettura avevano fatto la stessa cosa, avventurandosi in una breve corsa e trovando riparo dietro ad un cassonetto della spazzatura; da quella posizione, atterriti dal panico, avevano potuto osservare la scena dell’omicidio: uno dei killer era sceso dalla moto, aveva inseguito l’europarlamentare e lo aveva colpito con alcuni colpi di pistola, sparandogli un colpo di grazia alla testa.
Grazie al contributo di altri testimoni, era frattanto possibile appurare che gli assassini a bordo della motocicletta, una volta abbandonato il mezzo a due ruote, erano stati prelevati da un’auto pronta a raccoglierli a bordo sul luogo convenuto per l’incontro.
La tecnica dell’agguato, la cronometrica abilità dei killer ed i particolari relativi alla sua preparazione, emersi fin dalle prime battute delle indagini, erano chiaramente riconducibili ad analoghi episodi delittuosi e portavano a individuare, subito e con certezza, la matrice chiaramente mafiosa dell’omicidio.
Ma perché Cosa Nostra aveva deciso di uccidere Salvo Lima? Perché un esponente della DC? Perché proprio Lima che ora sedeva al parlamento europeo e non altri che stavano a Roma?
Lima era ritenuto però già da diversi anni mafioso o amico di mafiosi. Nel 1974 Paolo Sylos Labini si dimise dal comitato tecnico-scientifico del ministero del Bilancio, di cui faceva parte da circa dieci anni, quando Giulio Andreotti, ministro in carica per quel dicastero, nominò come sottosegretario Salvo Lima, che già all’epoca era comparso varie volte nelle relazioni della Commissione parlamentare antimafia ed era stato oggetto di quattro richieste di autorizzazioni a procedere nei suoi confronti.
Insomma Lima non era un santo, probabilmente un mafioso, ma queste faccende non interessavano a nessuno. Prima delle dimissioni, Sylos Labini sollevò il problema col presidente del consiglio Aldo Moro, il quale affermò di non poter fare nulla in quanto «Lima è troppo forte e troppo pericoloso». Sylos Labini si rivolse allora direttamente ad Andreotti, affermando: «O lei revoca la nomina di Lima, che scredita l’immagine del ministero, o mi dimetto». Andreotti non lo lasciò nemmeno finire e lo liquidò rinviando il discorso. Andreotti non voleva e non poteva cacciare Salvo Lima, proprio lui che rappresentava il ponte tra DC e Cosa Nostra e fonte di migliaia di voti.
L’omicidio di Lima comunque era un segnale chiaro. Il delitto del braccio destro di Andreotti era un segnale proprio il senatore a vita, ed era chiaro che Riina con questo voleva definitivamente scaricare la corrente andreottiana , che secondo il capo dei capi aveva tradito le aspettative delle famiglie di Cosa Nostra.
Nel corso del processo è stato possibile accertare che l’omicidio dell’europarlamentare siciliano doveva costituiva l’inizio di una vera e propria “strategia del terrore”, deliberata dai vertici di Cosa Nostra non soltanto contro gli esponenti delle istituzioni dello Stato che l’avevano tenacemente e irriducibilmente contrastata, ma anche contro quegli altri soggetti del mondo politico che, dopo avere “usato” le famiglie mafiose ed avere, comunque, convissuto con esse in un rapporto di “scambio”, le avevano “tradite”, non essendo più in grado di esercitare la tradizionale attività di copertura, e – comunque – di compiacente connivenza che nel passato avevano invece assicurato. Dunque Lima da amico dei boss sarebbe diventato un traditore?
Qualche anno dopo, il 1996 per la precisione, si venne a sapere qualcosa in più sull’omicidio Lima. Anche il figlio del parlamentare doveva essere ammazzato. Totò Riina voleva infatti punirlo in maniera esemplare e Lima doveva essere ucciso ancora prima, ma l’ agguato era stato rinviato per alcuni problemi”. Il killer pentito che ha fatto queste dichiarazioni è Francesco Onorato, uomo d’ onore della “famiglia” di Partanna-Mondello, che insieme a Giovan Battista Ferrante, quella mattina del 12 marzo 1992 pose fine alla vita del braccio destro di Andreotti in Sicilia.
Un “fedelissimo” di Salvo Lima, Francesco Filippazzo, sempre della corrente Andreottiana, ha dichiarato nel 1995 che in due occasioni venne incaricato da Salvo Lima di accompagnare l’ onorevole Andreotti, con l’ Alfa 2500 blindata che era di proprietà della Satris, l’ esattoria dei cugini Nino ed Ignazio Salvo. L’ automobile blindata era stata regalata dagli esattatori Salvo, mafiosi della famiglia di Salemi, a Lima dopo gli omicidi del segretario provinciale della Dc, Michele Reina, e del presidente della Regione Piersanti Mattarella. La prima volta è stato quando il senatore Andreotti si recò in visita negli stabilimenti dell’ Averna a Caltanissetta – ha detto Filippazzo ai magistrati – la seconda volta accompagnai l’ onorevole Andreotti a Messina in occasione del matrimonio della figlia dell’ onorevole Giuseppe Merlino. Queste dichiarazioni vennero allora pubblicate su Panorama.
Le relazioni tra Andreotti e la mafia siciliana verranno affrontate in un successivo post.
FONTI: Repubblica.29-01-1995; Wikipedia; ecorav.it/arci
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