IL BARATTO
IL BARATTO DI MICHELE DE LUCIA
Il PCI e le televisioni: le intese e gli scambi fra il “comunista” Veltroni e l’”affarista” Berlusconi negli anni Ottanta
di EDOARDO CICCHINELLI
Una inchiesta robusta e documentata sulla nascita della televisione privata in Italia, e su quel gioco di sponda che ha visto assai spesso convergenti gli interessi dell’asse Berlusconi-Craxi e del PCI di Occhetto e Veltroni. La solita contrapposizione di facciata di un paese poco serio. Michele De Lucia, dirigente radicale, mette nero su bianco i documenti, i passaggi, gli atti normativi e le dichiarazioni nei processi per ripercorrere la storia del grande baratto: via libera al decreto Berlusconi del governo Craxi in cambio di Rai Tre saldamente nelle mani del PCI. Intervista all’autore.
Walter Veltroni, già ex-direttore della Nuova Emittenza Televisiva, il network di antenne locali del PCI degli anni ’70, e Silvio Berlusconi sono reciproche conoscenze da oltre un trent’ennio. E la cosa sembra aver giovato ad entrambi: “non sarà amicizia” – dice De Lucia ad Agenzia Radicale – “ma certo negli anni le loro strade si sono incrociate moltissime volte”.
Leggere Il Baratto è come riavvolgere con il rewind la storia di uno dei settori che si dimostrerà essere cruciale per il nostro paese, quello della televisione. Una tv, sia pubblica che privata, che nasce, cresce e si sviluppa sempre e soltanto all’interno della cornice politica, in una vera e propria conventio ad escludendum: la RAI, mangiatoia partitica per eccellenza, e Fininvest/Mediaset la cui crescente importanza suggerisce a tutto il mondo politico un approccio molto pratico e poco ideologico.
E così si va dai paginoni pubblicitari delle aziende del biscione su pubblicazioni komuniste, al megacontratto della Fininvest con la televisione dell’allora Unione Sovietica, fino alla definitiva benedizione del duopolio anche da parte del PCI, quando Botteghe Oscure passa all’incasso e ottiene le nomine dei suoi dirigenti i vertici di Rai 3 e Radio 3, per controbilanciare il potere della DC a Rai 1 e del PSI a Rai 2.
Quasi si sorride quando De Lucia ripercorre la storia del rapporto tra le aziende di Berlusconi e l’Unione Sovietica. Un Berlusconi che oggi dice di essere il più acceso sostenitore dell’anticomunismo, ma che con i “compagni” se l’è sempre intesa. Nel 1988 Fininvest diventa la concessionaria in esclusiva della pubblicità di tutte le aziende europee nella televisione sovietica: qualunque azienda europea che voglia fare pubblicità televisiva in URSS deve passare da Milano. “La trattativa si è svolta su un piano puramente commerciale, senza interventi né del PCI né di altre forze politiche”, dirà Berlusconi in conferenza stampa.
Pochi anni più tardi, in piena Tangentopoli, sarà invece Bettino Craxi a dare un’altra versione dei fatti: “Era impossibile pensare di fare un solo affare con l’URSS e con gli stati satelliti senza pagare il dazio al più grande partito comunsta d’Occidente”. Piccoli e grandi favori si susseguono: le televisioni di Berlusconi appioppano ai russi anche lo sceneggiato Mamma Lucia, con Sophia Loren diretta dal figlio Alex Ponti, fratello di Guendalina, socia di affari di Valerio Veltroni (sì, il fratello). Il mese successivo il mensile della destra del PCI “il Moderno” (500 copie vendute, più o meno) esce con l’ennesima pubblicità di Publitalia ’80, una pagina dedicata ai programmi Fininvest e una intervista a Rosario Rinaldo, responsabile Cinema di Canale 5.
De Lucia, che libro è Il Baratto?
E’ un libro di cronaca. Non si tratta di un libro “a tesi”, non si avanzano opinioni. Quando ho cominciato a lavorare a questo libro avevo un paio di spunti, di notizie da cui partire, ma non avevo una tesi da dimostrare. Mi sono preoccupato soprattutto di offrire al pubblico dei lettori la cronaca dei fatti. E per la verità avrei preferito trovare materiale e giungere a conclusioni diverse da quelle che poi ho riscontrato. Mi sono servito degli strumenti classici dell’inchiesta di cronaca, spulciando circa 25 anni di numeri di Rinascita, i giornali dell’epoca, lo storico ANSA e lo sterminato archivio di Radio Radicale, oltre i documenti riportati in nota. Ho incluso inoltre un’appendice di 120 pagine intitolata “Testuali Parole”, documenti diretti riportati integralmente di Veltroni e di Berlusconi, proprio perché alcune situazioni sono così paradossali che si sarebbe potuto non credere alla cronistoria che riporto, accusandomi di fare teoremi. D’accordo con l’editore invece ho voluto includere questa appendice sia per dimostrare la fondatezza delle cose che sostengo, sia per offrire al lettore le testuali parole appunto dei protagonisti.
Nella tua ricostruzione dei fatti parli ovviamente anche del referendum del 1995, nato per porre un limite forte al monopolio della tv privata di Berlusconi, ma sul quale l’allora PDS non si impegnò affatto.
Certo, una volta chiaro che quel referendum non sarebbe stato vinto hanno cercato di trattare. Addirittura lo stesso PDS cercò un accordo per evitare quel referendum di cui era promotore.
C’è qualcosa che ti ha stupito o sorpreso in questa tua inchiesta?
Balza agli occhi l’incapacità del gruppo dirigente comunista di comprendere l’importanza per la democrazia (non per il pluralismo, che nella loro interpretazione è semplicemente il consociativismo) dello strumento televisivo, spesso partendo da posizioni preistoriche; il PCI era contrario all’introduzione delle trasmissioni a colori, per dirne una.
Quando poi l’importanza della TV si è resa palese, non hanno puntato ad uno sviluppo del mezzo quale strumento di democrazia, quanto piuttosto ad acquisire una posizione di controllo, sia partecipando a pieno titolo alle grandi lottizzazioni RAI, sia imitando Berlusconi nel tentativo di creare un network di antenne locali, quella Nuova Emittenza Televisiva di cui Veltroni fu direttore; sicuramente il giovane Veltroni fu tra i pochi a Botteghe Oscure a capire le potenzialità del mezzo, e questo va a suo merito; ma il PCI si limitò a portare a casa un utile politico immediato, facendo pesare tutta la sua forza contrattuale nelle occasioni di spartizione, in quella distorzione del termine pluralismo di cui ho detto.
La TV in Italia nasce ad uso e consumo della politica. E’ possibile pensare ad una situazione diversa?
Sicuramente la situazione è compromessa fin dal principio ed in modo totale, come noi radicali sappiamo bene. Ci vorrebbe una assoluta rivoluzione liberale, e non credo che la vedremo nei prossimi giorni; d’altronde sono convinto che Veltroni si sia messo in una condizione per cui è oggi Berlusconi la sua unica salvezza; o Berlusconi gli dà lo sbarramento anche per le elezioni europee, oppure il PD non potrà mai avere il 33%. La mia è solo una previsione, ma credo che quando Berlusconi imporrà il 5% di sbarramento, Veltroni davanti alle telecamere si strapperà i capelli ma poi a casa stapperà lo spumante.
Una “rivoluzione liberale” del settore TV che coinvolga solo le emittenze private si direbbe un’anatra zoppa?
Assolutamente sì, e questo era anche l’errore dei tre referendum promossi dal PDS nel 1995, che si occupavano solo di Berlusconi. Se invece avessero voluto fare una cosa seria avrebbero dovuto agganciare questa iniziativa a quelle per rimuovere gli ostacoli alla privatizzazione della RAI.
A mio avviso un modello percorribile è quello di Radio Radicale: un soggetto privato che svolge servizi in concessione, quindi non finanziamenti generici ma quali corrispettivi per prestazioni, per adempiere a un servizio pubblico; non capisco perché la RAI debba avere tre reti, il canone e la raccolta pubblicitaria. Ma il discorso è che i due colossi si sostengono a vicenda: Berlusconi ha l’alibi della RAI e viceversa, ed un solo comune obbiettivo nell’assicurarsi, reciprocamente, la vita eterna.
Michele De Lucia



