Palermo. Pistole, carabine ad aria compressa, cartucce, bossoli e cinque chili di polvere da sparo sono stati scoperti dai carabinieri nella periferia di Partinico, in provincia di Palermo.
L’arsenale è stato trovato nell’abitazione di Marcello Giovanni Pontears, 52 anni, che è stato arrestato per detenzione illegale di armi da fuoco e munizionamento e detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. Nell’appartamento i militari dell’Arma hanno rinvenuto una sorta di laboratorio per la fabbricazione di armi. All’interno c’erano pistole di vario calibro di cui alcune con matricola abrasa (cal. 9×21, 7,65, 6,35) e altre su cui sono in corso accertamenti, carabine ad aria compressa con cannocchiale di precisione modificate per fare fuoco. Sono stati rinvenuti quasi 5 chili di polvere da sparo, alcune migliaia di cartucce di vario calibro oltre a un migliaio di bossoli pronti per essere ricaricati con le relative ogive, migliaia di palle in piombo per le cartucce a pallettoni cal.12, diverse scacciacani e materiale di vario genere che serviva per la ricarica e il confezionamento delle cartucce. Nel corso della perquisizione sono stati trovati anche tre sacchetti con circa mezzo chilo di marijuana, mentre nel giardino è stata scoperta una serra in lamiera dove per la coltivazione di piante di canapa indiana. Tutto il materiale è stato sequestrato e nei prossimi giorni sarà inviato agli esperti del Ris per accertare se alcune di quelle armi hanno già sparato. Gli investigatori, assieme ai magistrati della Dda di Palermo, stanno valutando la posizione dell’arrestato per chiarirne l’eventuale ruolo nella faida che negli ultimi tempi ha insanguinato le cittadine di Partinico e Borgetto con numerosi omicidi.ANSA
Arsenale trovato da carabinieri
21 novembre 2009 Palermo. Con ogni probabilita’ quello trovato dai carabinieri del gruppo di Monreale e dalla compagnia di Partinico era l’arsenale della cosca guidata dal boss Mimmo Raccuglia, arrestato domenica scorsa. Una circostanza che gli inquirenti deducono dall’enorme quantità e qualità di armi nascoste da Giovanni Potearso, piccolo pregiudicato, ritenuto l’armiere del clan. Inquietante anche l’armamentario utilizzato per modificare le armi e le pistole – molte calibro 6.35 e 9×21 usate spesso negli omicidi di mafia – trovato dai carabinieri. “E’ una scoperta allarmante – commenta il colonnello Pietro Salsano. comandante del gruppo di Monreale – per qualità e quantità di armi ritrovate. Nella zona di Partinico, nonostante le numerose operazioni polizia condotte, si continua a sparare dal 2004: è un’area molto calda e le armi trovate erano pronte all’uso. Ora è importante scoprire, per esempio, grazie alle analisi del Ris se abbiano sparato di recente”. Questo l’elenco delle armi e munizioni sequestrati dai carabinieri: pistola a tamburo marca “flobert” cal. 6 mm priva di matricola; pistola a tamburo priva di marca e matricola; pistola marca “beretta” cal. 7,65 con matricola punzonata, con 8 cartucce stesso calibro; pistola marca “astra” modello 80 con matricola punzonata; pistola modello “lady kappa” cal. 8 priva di matricola, del tipo scacciacani, illegalmente alterata; 3 pistole modello 315 auto cal. 8 prive di matricola, del tipo scacciacani; pistola marca “bruni” modello 92 cal. 8 mm. priva di matricola, del tipo scacciacani; pistola modello 85 auto cal. 8 mm. priva di matricola, del tipo scacciacani, con 8 cartucce cal. 8 a salve; carabina ad aria compressa marca “gamo” cal. 4,5 mm con puntatore ottico di precisione, illegalmente alterata; 1.023 cartucce, 1.039 bossoli di nr. 243 ogive di vario tipo; grammi 1.208, di pallini di piombo; grammi 4.185,45 di polvere da sparo; materiale di vario genere per ricarica e confezionamento cartucce. Inoltre sono stati sequestrati 187 grammi di marijuana e 2 piante di marijuana. ANSA
NOSTRO COMMENTO: Che dire! Ancora Complimenti alle Forze dell’ordine!
A colloquio con Alfonso Sabella
di Lorenzo Baldo – 14 novembre 2009
Roma. Dopo la pubblicazione su Il Fatto Quotidiano dell’articolo “Un giudice stritolato dalla trattativa” l’amarezza del giudice Alfonso Sabella è sempre più tangibile.Amarezza e disillusione che emergono anche in questo colloquio.
Dott. Sabella stiamo assistendo ad una vera e propria accelerazione degli eventi in merito alle indagini sulle stragi del ‘92 e del ‘93. Da una parte giungono le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e quelle di Massimo Ciancimino, dall’altra si materializzano le tardive dichiarazioni di esponenti delle istituzioni come Claudio Martelli, Luciano Violante o Liliana Ferraro. Come interpreta questi segnali che si intersecano nella ricostruzione delle sue vicende professionali pubblicate su Il Fatto Quotidiano?
Non c’è nulla di nuovo nella ricostruzione dell’articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano, semmai qualche piccolo dettaglio, magari non secondario, ma comunque minore all’interno di una logica globale. Questi fatti erano risaputi. Che Scarantino non fosse attendibile e che la strage di via D’Amelio fosse da attribuire agli uomini di Brancaccio l’avevo già scritto nel mio libro (Cacciatore di mafiosi – Mondadori 2008 ndr).
Nel capitolo sulla collaborazione di Giovanni Brusca spiegavo, magari in maniera un po’ più criptica, la vicenda Brugnano – Lombardo, così come la cattura di Totò Riina.
Ora però stanno cominciando a spuntare degli elementi di prova che non sono semplicemente logici come quelli che esponevo io, ma un po’ più concreti.
Bisognerebbe interrogarsi su chi ha fatto parlare Scarantino in quel modo. Bisognerebbe interrogarsi sul famigerato papello che finora era stato sostanzialmente un’ombra e che invece adesso acquista una veste reale. Ormai non si può più dire che non esiste. Io sono convinto che il papello che ha presentato Ciancimino sia la copia di quello autentico, poi magari gli eventi mi smentiranno, ma al momento ci credo fermamente. Ritengo che questi elementi messi insieme possano avere indotto qualcuno a riferire all’autorità giudiziaria solamente qualcosa di minimale rispetto a quello che sapevano. Siamo di fronte a persone che si ricordano di determinati episodi che potevano riferire in mille altre occasioni precedenti e lo fanno solo adesso dopo che è comparso il papello e dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino appunto. Dichiarazioni che ritengo molto importanti. Ciancimino racconta esattamente quello che noi investigatori prima avevamo solamente intuito.
Ma il nostro è un Paese immaturo. Io continuo a pensare che il gen. Mori sia un uomo dello Stato. Ha agito in virtù di quello che lui riteneva essere l’interesse superiore del Paese, secondo disposizioni avute dai vertici governativi dell’epoca.
Il problema riguarda il fatto di trattare prima con Riina e poi con Provenzano al fine di ridurre la mafia a quel livello di “tollerabilità” che si ritiene “sufficiente”. Sono convinto che chi ha trattato all’inizio ha determinato l’accelerazione sulla strage di via D’Amelio, ingenerando nella mafia l’idea che alzando il tiro alzavano il prezzo.
Pensa che le sue dichiarazioni rese al Fatto Quotidiano siano rimbalzate contro un muro di gomma?
Se fossimo un Paese serio dopo le mie dichiarazioni sarebbe dovuto scoppiare un putiferio. C’è invece un silenzio totale. Mi rendo conto che in questo momento ci sono altre priorità come la riforma della giustizia, lo scudo fiscale ecc. Gli interrogativi che io pongo sono però molto gravi. Punto primo: il nostro Paese per 15 anni ha trattato con Cosa Nostra e alla mafia è stato riconosciuto il ruolo di interlocutore, punto secondo: si è tentato di concedere qualcosa alla mafia. Andiamo a vedere in concreto quello che è successo. Vorrei proprio vedere la “qualità” delle persone che sono al 41 bis non la quantità. Non mi interessano i dati, non voglio sapere quante persone sono al 41 bis, voglio sapere chi c’è al 41 bis. Io ho saputo di revoche del carcere duro a persone che per mio conto al 41 bis ci dovevano morire.
Non ritiene che vi sia la possibilità di riscrivere pezzi di storia del nostro Paese?
No. Secondo me non c’è nessuna volontà. Io credo che siamo al solito momento in cui si alza il classico polverone e poi tra qualche mese il Paese dimenticherà tutto.
Chi conosce a fondo i fatti difficilmente vorrà parlare. E c’è anche chi, tra le parti “sane” del Paese, ha interesse che certe storie non vengano fuori perché potrebbero arrecargli qualche pregiudizio sul piano personale, di conseguenza non credo che si riuscirà a fare luce.
Le procure che stanno lavorando sulle indagini operano sostanzialmente incrociandosi tra di loro su aspetti identici della stessa storia, varie facce della stessa medaglia. Chi cerca di ricostruire la strage di via d’Amelio non lo può fare a prescindere dalla trattativa. Chi cerca di ricostruire le stragi del ‘93 non lo può fare a prescindere dalla trattativa e da quello che è avvenuto nel ‘92. Chi vuole ricostruire quello che è avvenuto al Dap dopo che io vengo mandato via (Dap – Sisde, tentativo di inquinamento delle dichiarazioni di Giuffrè, l’accordo sulla dissociazione, il tentativo di realizzarla ecc.), così come chi vuole ricostruire quello che avviene nelle vicende Mori-Tinebra-Leopardi, non lo può fare prescindendo dalla questione della trattativa o della dissociazione.
Un antesignano delle vicende legate alla trattativa resta indubbiamente il Pm Gabriele Chelazzi, scomparso nel 2003. Secondo lei Chelazzi avrebbe potuto completare il suo lavoro di ricerca sui mandanti esterni nelle stragi?
Indubbiamente si. Aveva le capacità professionali, la giusta autonomia da ogni tipo di condizionamento perché era libero. Era un magistrato assolutamente capace, un grandissimo conoscitore di mafia. Ho sempre pensato che fosse l’unico magistrato non siciliano che ne capiva di più di mafia. Paradossalmente anche più di Giancarlo Caselli, senza nulla togliere alla preparazione di Caselli che aveva però un altro ruolo. Gabriele era un investigatore puro. Ma forse anche il Padreterno è dalla parte di chi pensa che probabilmente per il nostro Paese sia meglio che certi fatti non vengano fuori. Un conto è che questi esistano, un altro è l’interesse del Paese a dimostrarli.
A un certo punto le indagini di Chelazzi si incrociarono con Mario Mori, poi poco prima di morire lo stesso Pm fiorentino scrisse una lettera all’ex procuratore di Firenze Ubaldo Nannucci lamentando di essere stato lasciato solo a investigare sulle stragi. Come valuta questi due aspetti della vita di Gabriele Chelazzi?
All’epoca io non ero formale assegnatario del processo sulle stragi, però con Gabriele ci confrontavamo spesso. Gabriele iscrisse Mori nel registro degli indagati per favoreggiamento in relazione alla vicenda della fase della trattativa che doveva portare alla revoca di alcuni 41 bis alla vigilia delle stragi in contemporanea con il fallito attentato all’Olimpico.
L’aspetto tecnico (e non solo tecnico) di iscrivere Mario Mori per favoreggiamento verteva su una domanda specifica: l’avrebbe fatto per favorire la mafia o l’avrebbe fatto sostanzialmente per favorire la pacificazione nello Stato? Gabriele giustamente sosteneva di volerlo appurare da Mori e a tal proposito ribadiva: “Mi venga a dire perché l’avrebbe fatto oppure invochi il segreto di Stato, e in questo caso che venga un Presidente del Consiglio a porre il segreto di Stato”.
Ubaldo Nannucci probabilmente non era molto d’accordo sul taglio globale che Gabriele dava all’inchiesta. Ma non credo che la solitudine di Gabriele fosse frutto di un disegno preordinato. Penso che l’isolamento di Gabriele fosse nato dal fatto che lui era diverso in quel contesto, nel senso che egli riteneva di aver capito. Mentre gli altri forse non erano così sicuri che quello che aveva capito Gabriele fosse corretto. Probabilmente il fatto di andare a toccare livelli istituzionali così alti avrà impaurito qualche magistrato. Ma se pur aveva avuto alti e bassi con l’ex procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, devo riconoscere che in quel momento Gabriele si sentiva supportato da Vigna.
Quali sono le sue considerazioni finali?
Ormai non ho più nulla da perdere, non posso più peggiorare la mia situazione oltre misura. Ritenevo che in questo Paese ci fosse qualche persona in più “libera”, ma non vedo reazioni neanche nelle correnti della magistratura sia da parte di MD, così come per MI e via dicendo. Il silenzio è uguale a morte diceva una canzone di Guccini…
NOSTRO COMMENTO: si riuscirà mai a scoprire la verità?
L’arresto di Raccuglia: una nuova rottura per gli equilibri di Cosa Nostra
di Aaron Pettinari – 16 novembre 2009
Palermo. Erano quindici anni che riusciva a sfuggire alla cattura. Da ieri Domenico Raccuglia, conosciuto come “’u veterinario”, non è più una primula rossa.
La sezione Catturandi della squadra mobile di Palermo lo ha arrestato alle 17,30 presso un’abitazione di Calatafimi in via Cabbassini 80. Il boss originario di Altofonte era inseguito da tre condanne all’egastolo, di cui una per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, 20 anni di reclusione per omicidio ed altre pene per associazione mafiosa. Un killer spietato, considerato come il successore del boss di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca. Così Raccuglia ha scalato i vertici di Cosa Nostra fino a diventare il numero due dell’organizzazione mafiosa, immediatamente dopo il superlatitante Matteo Messina Denaro.
Durante la latitanza è stato chiamato a “commissariare” un mandamento spigoloso come quello di Partinico, falcidiato da guerre intestine ed arresti eccellenti come quelli dei Vitale “Fardazza”. Un ruolo che ha saputo gestire con occulatezza riducendo al minimo i propri spostamenti e rendendosi irreperibile spesso anche per i suoi stessi uomini. Solo pochi fidatissimi sapevano come mettersi in contatto con il boss. E’ durante la latitanza che il “peso” di Raccuglia all’interno di Cosa Nostra si è rafforzato. Con la cattura di Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca il “veterinario” non era più solo un killer ma una figura carismatica che aveva esteso il proprio dominio in tutto il territorio nella provincia di Palermo e non solo. Nel tempo era diventato uno specialista nella gestione degli appalti pubblici e poteva contare su importanti appoggi anche oltreoceano, laddove aveva trascorso parte degli ultimi quindici anni. Negli ultimi mesi, complice anche la scarcerazione di Michele Vitale, aveva abbandonato i territori di Partinico e Borgetto.
Gli inquirenti lo sospettavano da tempo ed alla fine le indagini hanno portato fino alla provincia di Trapani, nei territori controllati da Matteo Messina Denaro. Ed è proprio sulla vicinanza tra i due padrini che si stanno concentrando adesso le attenzioni della Dda. Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia ed i pm Francesco Del Bene e Roberta Buzzolani, coordinatori dell’indagine della squadra mobile, hanno detto ieri: “Dalle indagini è emerso che il capomafia aveva stretto un’alleanza con il latitante di Castelvetrano e recentemente aveva spostato i suoi interessi proprio nel trapanese”.
Quali rapporti avevano stretto i due boss? Che la riorganizzazione di Cosa Nostra passasse da loro vi sono pochi dubbi. I segnali di un possibile coinvolgimento di Matteo Messina Denaro nel tentativo di istituire una nuova commissione erano già emersi nell’inchiesta Perseo. Sia il gruppo vicino ai Capizzi, favorevole alla nuova commissione, sia quello avverso capeggiato dalla famiglia di Porta Nova vantavano contatti con il boss di Castelvetrano: alcuni tramite pizzini, altri con l’intermediario “zio Franco” (Franco Luppino di Campobello di Mazara). “Abbiamo accettato un certo tipo di situazione di parlare con lui per andare fuori” raccontava Sandro Capizzi a Giovanni Adelfio e Pino Scaduto. E riguardo il progetto sulla nuova commissione aggiungeva: “lo Zio Franco mi ha detto ‘sistematevi tutte cose…anzi ci avete perso tempo… dopodiché non cambia niente… o prima o dopo da parte nostra avrete il massimo appoggio”.
E’ forse dopo le operazioni dell’ultimo anno che i due boss avevano deciso di stringere un nuovo patto. Secondo gli inquirenti Raccuglia stava trascorrendo la propria latitanza a Calatafimi da almeno un mese e mezzo e non era un ospite ma un boss in “piena attività” tant’è vero che in alcune intercettazioni di recenti inchieste antimafia tra Alcamo e Castellammare non mancherebbero riferimenti all’ex latitante. Qualche settimana fa, in un blitz compiuto dai carabinieri presso la sua abitazione ad Altofonte, erano stati rinvenuti 12.500 euro in contanti nascosti dentro i piedi del letto. Denaro liquido che è stato rinvenuto anche nel blitz di ieri. Ben 138 mila euro che il boss ha cercato di nascondere in un borsone gettandolo poi dalla finestra. Soldi provenienti dalle estorsioni e, si sospetta, anche dagli appalti dei lavori pubblici in corso nel trapanese. A confermare il ruolo di comando di Raccuglia sono stati rinvenuti anche numerosi “pizzini”, ora all’attenzione degli investigatori.
E’ possibile che tra questi vi possa essere qualche comunicazione con Messina Denaro anche perché sembra impossibile che il boss di Castelvetrano potesse ignorare la presenza di una figura così “importante” sul proprio territorio.
Un rapporto che potrebbe affondare le proprie radici ancor più indietro nel tempo. Entrambi non avevano simpatie per i Lo Piccolo con contrasti che si sono presentati in momenti differenti. Altro aspetto da non sottovalutare è anche l’appartenenza storica dei due boss all’ala “Corleonese” di Cosa Nostra quella più sanguinaria e spregiudicata. Lo stesso si può dire per il capomandamento di Pagliarelli Gianni Nicchi (“delfino” di Nino Rotolo) che oggi il Procuratore capo di Palermo ha indicato come possibile capo a Palermo. “I boss mafiosi pensano di investire sul latitante Gianni Nicchi – ha detto – Ha una forte protezione dell’organizzazione mafiosa. Le recenti indagini su questo fronte fanno pensare che l’organizzazione mafiosa investirà su di lui. Negli ultimi tempi ha acquisito una certa visibilità mediatica, è collegato alla Cosa Nostra americana. Insomma, è stato inserito in un contesto di una certa rilevanza”. Raccuglia poteva essere il trade d’union tra Palermo e Trapani. Cosa accadrà ora che l’equilibrio è saltato? Il rischio è che Cosa Nostra possa tornare a far sentire il rumore delle armi per una nuova spartizione del potere a meno che i due latitanti, Nicchi e Messina Denaro, stringano un nuovo patto in nome degli affari.
VIDEO, AUDIO e FOTO by Repubblica.it
- Preso il boss, gioia e slogan sotto la questura
Palermo, l’arrivo di Domenico Raccuglia, arrestato dopo 15 anni di latitanza, salutato dai cori dei cittadini: ”La Sicilia, quella vera, siamo noi…” La festa dei poliziotti. (video di Salvo Sbacchis)
Tradito dalla tv. Nel suo rifugio di Calatafimi, in provincia di Trapani. Nel suo rifugio trovati pizzini e 100mila euro Preso il numero 2 di Cosa nostra Raccuglia era latitante dal 1996
di SALVO PALAZZOLO.
PALERMO – Domenico Raccuglia, il padrino che ha ereditato i segreti finanziari di Bernardo Provenzano, si nascondeva in una stanza al buio di una vecchia palazzina a 4 piani di Calatafimi, provincia di Trapani. Ma non rinunciava ai talk-show della domenica. La televisione ha tradito il boss che polizia e carabinieri cercavano dal 1996, da quando faceva da carceriere, per ordine di Giovanni Brusca, al figlio tredicenne del pentito Santino Di Matteo. Per giorni quella palazzina di Calatafimi era apparsa disabitata ai poliziotti della Catturandi della squadra mobile di Palermo e ai colleghi del Servizio centrale operativo. Eppure, le indagini portavano tutte lì, in via del Cabbasino 20.
Ieri pomeriggio, poco dopo le 17, i padroni di casa sono entrati e usciti velocemente. Poi, di nuovo tutto buio. Qualche attimo dopo, un televisore si è acceso al quarto piano. Ed è stata la conferma attesa da giorni. Il blitz è scattato mezz’ora dopo, quando da Palermo è arrivato il via libera del procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dei sostituti Roberta Buzzolani e Francesco Del Bene. Mimmo Raccuglia ha lanciato uno zaino dalla finestra, ha impugnato il revolver e ha tentato una fuga sui tetti, ma non ha avuto scampo. Al suo arrivo in questura è stato accolto dagli slogan antimafia dei giovani di Addiopizzo.
È finita così la latitanza del boss che il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso definisce “il numero due, per peso criminale, nella lista dei ricercati di Cosa nostra, dopo Matteo Messina Denaro”. Da killer al servizio di Giovanni Brusca, Raccuglia aveva esteso il potere dalla sua Altofonte, paesino della provincia di Palermo, al confine con il Trapanese. E soprattutto, era diventato uno specialista nell’inquinamento degli appalti pubblici: gli inquirenti ne avevano avuto conferma leggendo i pizzini di Bernardo Provenzano. Ma fino a ieri il rampante quarantacinquenne Raccuglia, nome in codice “il Veterinario”, era riuscito a beffare ogni indagine. Ogni anno, a giugno, la moglie scompariva dalla casa di Altofonte e poi si faceva rivedere a settembre. L’anno scorso, tornò incinta. Questa estate, per la prima volta, Maria Castellese era rimasta in paese: i carabinieri avevano cercato il latitante nel monastero di Piana degli Albanesi, e qualche giorno dopo una fonte aveva riferito che il boss era riuscito a fuggire in extremis, travestito da frate.
“Abbiamo fermato un capomafia in piena operatività”, dicono il procuratore di Palermo Messineo e il sostituto Buzzolani. In quella borsa lanciata dalla finestra c’erano centomila euro in contanti, pistola e mitraglietta cinese. Ma soprattutto, tanti pizzini, che potrebbero contenere la chiave per decifrare gli affari di Cosa nostra. “Raccuglia era un soggetto chiave per la riorganizzazione mafiosa – spiega il pm Del Bene – il fatto che sia stato fermato nel Trapanese deve far riflettere”. Non ha dubbi Giuseppe Lumia, l’ex presidente della Commissione antimafia: “C’era già un nuovo asse fra Palermo e Trapani, fra Raccuglia e Messina Denaro. Cosa nostra è tornata insidiosa e le risorse per combatterla non bastano”. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni, che ha telefonato al capo della polizia Manganelli per complimentarsi, commenta: “L’arresto è uno dei colpi più duri inferti alle mafie negli ultimi anni”. In manette è finita la coppia proprietaria della palazzina.
Nato a Palermo (via Castrofilippo) il 20 maggio 1939, da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna, Giovanni Falcone conseguì la laurea in Giurisprudenza nell’Università di Palermo nell’anno 1961, discutendo con lode una tesi sull’ “Istruzione probatoria in diritto amministrativo”. Era stato prima, dal ‘54, allievo del Liceo classico “Umberto”; e quindi aveva compiuto una breve esperienza presso l’Accademia navale di Livorno.
Dopo il concorso in magistratura, nel 1964, fu pretore a Lentini per trasferirsi subito come sostituto procuratore a Trapani, dove rimase per circa dodici anni. E in questa sede andò maturando progressivamente l’inclinazione e l’attitudine verso il settore penale: come egli stesso ebbe a dire, “era la valutazione oggettiva dei fatti che mi affascinava”, nel contrasto con certi meccanismi “farraginosi e bizantini” particolarmente accentuati in campo civilistico.
A Palermo, all’indomani del tragico attentato al giudice Cesare Terranova (25 settembre 1979), cominciò a lavorare all’Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò nel maggio ‘80 le indagini contro Rosario Spatola, vale a dire un processo che investiva anche la criminalità statunitense, e che, d’altra parte, aveva visto il procuratoreGaetano Costa – ucciso poi nel giugno successivo – ostacolato da alcuni sostituti, al momento della firma di una lunga serie di ordini di cattura. Proprio in questa prima esperienza egli avvertì come nel perseguire i reati e le attività di ordine mafioso occorresse avviare indagini patrimoniali e bancarie (anche oltre oceano), e come, soprattutto, occorresse la ricostruzione di un quadro complessivo, una visione organica delle connessioni, la cui assenza, in passato, aveva provocato la “raffica delle assoluzioni”.
Il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta, in via Pipitone Federico; lo sostituì Antonino Caponnetto, il quale riprese l’intento di assicurare agli inquirenti le condizioni più favorevoli nelle indagini sui delitti di mafia. Si costituì allora, per le necessità interne a queste indagini, il cosiddetto “pool antimafia”, sul modello delle èquipes attive nel decennio precedente di fronte al fenomeno del terrorismo politico. Del gruppo faceva parte, oltre lo stesso Falcone, e i giudici Di Lello e Guarnotta, anche Paolo Borsellino, che aveva condotto l’inchiesta sull’omicidio, nel 1980, del capitano del Carabinieri Emanuele Basile.
Si può considerare una svolta, per la conoscenza non solo di determinati fatti di mafia, ma specialmente della struttura dell’organizzazione Cosa nostra, l’interrogatorio iniziato a Roma nel luglio ‘84 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro, del Nucleo operativo della Criminalpol, del “pentito” Tommaso Buscetta.
I funzionani di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, furono uccisi nell’estate ‘85. Fu allora che si cominciò a temere per l’incolumità anche dei due magistrati. I quali furono indotti, per motivi di sicurezza, a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell’Asinara.
Si giunse così – attraverso queste vicende drammatiche – alla sentenza di condanna a Cosa nostra del primo maxiprocesso, emessa il 16 dicembre 1987 dalla Corte di assise di Palermo, presidente Alfonso Giordano, dopo ventidue mesi di udienze e trentasei giorni di riunione in camera di consiglio. L’ordinanza di rinvio a giudizio per i 475 imputati era stata depositata dall’Ufficio istruzione agli inizi di novembre di due anni prima. Gli avvenimenti successivi risentirono con tutta evidenza in senso negativo di tale successo. Nel gennaio il Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a capo dell’Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l’incarico, il consigliere Antonino Meli. Il quale avocò a sè‚ tutti gli atti. Sopraggiunse poi un nuovo episodio ad accentuare ulteriormente le tensioni nell’ambito dell’Ufficio stesso, un episodio che ebbe gravissime conseguenze su tutte le indagini antimafia. In seguito alle confessioni del “pentito” catanese Antonino Calderone, che avevano determinato una lunga serie di arresti (comunemente nota come “blitz delle Madonie”), Il magistrato inquirente di Termini Imerese si ritenne incompetente, e trasmise gli atti all’Ufficio palermitano. Ma il Meli, in contrasto con i giudici del pool rinvio le carte a Termini, in quanto i reati sarebbero stati commessi in quella giurisdizione. La Cassazione, allo scorcio dell’88, ratificò l’opinione del consigliere istruttore, negando la struttura unitaria e verticisti delle organizzazioni criminose, e affermando che queste, considerate nel loro complesso, sono dotate di “un ampia sfera decisionale, operano in ambito territoriale diverso ed hanno preponderante diversificazione soggettiva”. Questa decisione sanciva giuridicamente la frantumazione delle indagini, che l’esperienza di Palermo aveva inteso superare. Il 30 luglio Falcone richiese di essere destinato a un altro ufficio. In autunno Meli gli rivolse l’accusa d’aver favorito in qualche modo il cavaliere del lavoro di Catania Carmelo Costanzo, e quindi sciolse il pool, come Borsellino aveva previsto fin dall’estate in un pubblico intervento, peraltro censurato dal Consiglio superiore. I giudici Di Lello e Conte si dimisero per protesta.
Su tutta questa vicenda del resto, nel giugno ‘92, durante un dibattito promosso a Palermo dalla rivista “Micromega”, Borsellino ebbe a ricordare: “La protervia del consigliere istruttore Meli l’intervento nefasto della Corte di cassazione cominciato allora e continuato fino a oggi, non impedirono a Falcone di continuare a lavorare con impegno”. Nonostante simili avvenimenti, infatti, sempre nel corso dell’88, Falcone aveva realizzato una importante operazione in collaborazione con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, denominata “lron Tower”: grazie alla quale furono colpite le famiglie dei Gambino e degli Inzerillo, coinvolte nel traffico di eroina.
Il 20 giugno ‘89 si verificò il fallito e oscuro attentato dell’Addaura presso Mondello; a proposito del quale Falcone affermò “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno
spinto qualcuno ad assassinarmi”. Seguì subito l’episodio, sconcertante, del cosiddetto “corvo”, ossia di alcune lettere anonime dirette ad accusare astiosamente lo stesso Falcone e altri. Le indagini relative furono compiute anche dall’Alto commissario per la lotta alla mafia, guidato dal prefetto D. Sica. Una settimana dopo l’attentato il Consiglio superiore decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo. Nel gennaio ‘90 egli coordinò un’inchiesta che portò all’arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani, inchiesta che aveva preso l’avvio dalle confessioni del “pentito” Joe Cuffaro’ il quale aveva rivelato che il mercantile Big John, battente bandiera cilena, aveva scaricato, nel gennaio ‘88, 596 chili di cocaina al largo delle coste di Castellammare del Golfo.
Nel corso dell’anno si sviluppa lo “scontro” con Leoluca Orlando, originato dall’incriminazione per calunnia nei confronti del “pentito” Pellegriti, il quale rivolgeva accuse al parlamentare europeo Salvo Lima. La polemica proseguì col ben noto argomento delle “carte nei cassetti”: e che Falcone ritenne frutto di puro e semplice “cinismo politico”. Alle elezioni del 1990 dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura, Falcone, fu candidato per le liste “Movimento per la giustizia” e “Proposta 88″ (nella circostanza collegate), con esito però negativo.
Intanto, fattisi più aspri i dissensi con l’allora procuratore P. Giammanco – sia sul piano valutativo, sia su quello etico, nella conduzione delle inchieste – egli accolse l’invito del vice-presidente del Consiglio dei ministri, C. Martelli, che aveva assunto l’interim del Ministero di grazia e giustizia, a dirigere gli Affari penali del ministero, assumendosi l’onere di coordinare una vasta materia, dalle proposte di riforme legislative alla collaborazione internazionale. Si apriva così un periodo – dal marzo del 1991 alla morte – caratterizzato da una attività intensa, volta a rendere più efficace l’azione della magistratura nella lotta contro il crimine. Falcone si impegnò a portare a termine quanto riteneva condizione indispensabile del rinnovamento: e cioè la razionalizzazione dei rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, e il coordinamento tra le varie procure. A quest’ultimo riguardo, caduta l’ipotesi iniziale, di affidare il delicato compito alle procure generali, la costituzione di procure distrettuali facenti capo ai procuratori della Repubblica parve la soluzione più idonea. Ma si poneva altresì l’istanza di un coordinamento di livello nazionale. Istituita nel novembre del ‘91 la Direzione nazionale antimafia, sulle funzioni di questa il giudice dunque si soffermò anche nel corso della sua audizione al Palazzo dei Marescialli del 22 marzo ‘92. “Io credo – egli chiarì in tale circostanza, secondo un resoconto della seduta pubblicato dal settimanale “L’Espresso” (7 giu. ‘92) – che il procuratore nazionale antimafia abbia il compito principale di rendere effettivo il coordinamento delle indagini, di garantire la funzionalità della polizia giudiziaria e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni. Ritengo che questo dovrebbe essere un organismo di supporto e di sostegno per l’attività investigativa che va svolta esclusivamente dalle procure distrettuali antimafia”.
La sua candidatura a questi compiti, peraltro, fu ostacolata in seno al Consiglio superiore della magistratura, il cui plenum, tuttavia, non aveva ancora assunto una decisione definitiva, quando sopraggiunse la strage di Capaci del 23 maggio. Frattanto – giova ricordarlo – una sentenza della prima sezione penale della Corte suprema di cassazione il 30 gennaio, sotto la presidenza di Arnaldo Valente (relatore Schiavotti) aveva riconosciuto la struttura verticale di Cosa nostra, e quindi la responsabilità dei componenti della “cupola” per quei delitti compiuti dagli associati, che presuppongano una decisione al vertice; inoltre aveva ribadito la validità e l’importanza delle chiamate in correità.
Insieme a Falcone, a Capaci, persero la vita la moglie Francesca Morvilio, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. All’esecrazione dell’assassinio, il 4 giugno si unì il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione (la n. 308) intesa a rafforzare l’impegno del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente.
“Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni.
Questa è la base di tutta la moralità umana.”
(J. F. Kennedy; citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire)
La Camorra nacque, agli inizi del secolo scorso, a Napoli. Essa si basa su un altissimo rapporto di integrazione con i ceti più poveri della popolazione e in più ha solidi legami con gli ambienti politici. Attualmente in Campania operano complessivamente circa 113 famiglie ed oltre 6.900 affiliati. Nel corso della sua storia, ha avuto un andamento carsico. Un importante studio di fine Ottocento la considerò un relitto storico. Nel 1915 l’allora capo della camorra Del Giudice la dichiarò sciolta ed il fascismo si vantò della sua soppressione. La Camorra è costituita da un insieme di bande che si compongono e si scompongono con grande facilità. Questa struttura è stata sostituita da una organizzazione gerarchica solo in due occasioni negli ultimi decenni. Nella seconda metà degli anni Settanta, dalla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e poi, verso la fine degli anni Settanta, dalla Nuova Famiglia di Alfieri, sorta dall’ intesa con Cosa Nostra, per contrastare Cutolo. Insomma in quel periodo la Camorra era formata da due enormi blocchi separati. Nel 1992 Alfieri tentò di costruire un’organizzazione unita, secondo lo schema siciliano di Cosa Nostra, chiamata significativamente “La Nuova Mafia Campana”. Tutti gli esperimenti sono cessati dopo pochi anni. A differenza di Cosa Nostra e della ‘Ndrangheta, nella Camorra non ci sono particolari criteri di selezione dei futuri membri, né strutture rigide o rituali di iniziazione. L’unico a delineare uno statuto ed a dare all’organizzazione una gerarchia interna è stato Cutolo .La cerimonia di “fedelizzazione” doveva rafforzare lo spirito di gruppo soprattutto nei giovani e futuri componenti chiamati a contrastare l’espansione di Cosa Nostra che, secondo Cutolo, voleva colonizzare la Camorra. Gli affari delle organizzazioni camorriste vanno dall’usura al contrabbando di sigarette, al traffico e spaccio di droga, alle truffe, alle estorsioni, alle rapine, all’importazione clandestina di carni, al traffico di armi, alle scommesse clandestine e al monopolio del calcestruzzo. (fonte: http://skuola.tiscali.it)
Decine di bambini e ragazzi sordi violentati e molestati in un istituto di Verona fino al 1984. E dopo decenni di tormenti, gli ex allievi trovano la forza di denunciare gli orrori. Ma molti dei sacerdoti sono ancora lì
Per oltre un secolo è stato un simbolo della carità della Chiesa: una scuola specializzata per garantire un futuro migliore ai bambini sordi e muti, sostenendoli negli studi e nell’inserimento al lavoro. L’Istituto Antonio Provolo di Verona ospitava i piccoli delle famiglie povere, figli di un Nord-est contadino dove il boom economico doveva ancora arrivare. Fino alla metà degli anni Ottanta è stato un modello internazionale, ma nel tetro edificio di Chievo, una costruzione a metà strada tra il seminario e il carcere, sarebbero avvenuti episodi terribili.
Solo oggi, rincuorati dalle parole di condanna pronunciate da papa Ratzinger contro i sacerdoti pedofili, decine di ex ospiti hanno trovato la forza per venire allo scoperto e denunciare la loro drammatica esperienza: “Preti e fratelli religiosi hanno abusato sessualmente di noi“. Un’accusa sottoscritta da oltre 60 persone, bambini e bambine che hanno vissuto nell’Istituto, e che ora scrivono: “Abbiamo superato la nostra paura e la nostra reticenza”.
Gli abusi di cui parlano sarebbero proseguiti per almeno trent’anni, fino al 1984. Sono pronti a elencare una lunga lista di vittime e testimoni, ma non possono più rivolgersi alla magistratura: tutti i reati sono ormai prescritti, cancellati dal tempo. I sordomuti che dichiarano di portarsi dentro questo dramma sostengono però di non essere interessati né alle condanne penali né ai risarcimenti economici. Loro, scrivono, vogliono evitare che altri corrano il rischio di subire le stesse violenze: una decina dei religiosi che accusano oggi sono anziani, ma restano ancora in servizio nell’Istituto, nelle sedi di Verona e di Chievo. Per questo, dopo essersi rivolti al vescovo di Verona e ai vertici del Provolo, 15 ex allievi hanno inviato a ’L’espresso’ le testimonianze – scritte e filmate – della loro esperienza.
Documenti sconvolgenti, che potrebbero aprire uno squarcio su uno dei più gravi casi di pedofilia in Italia: gli episodi riguardano 25 religiosi, le vittime potrebbero essere almeno un centinaio.
La denuncia
Gli ex allievi, nonostante le difficoltà nell’udito e nella parola, sono riusciti a costruirsi un percorso di vita, portandosi dentro le tracce dell’orrore. Dopo l’esplosione dello scandalo statunitense che ha costretto la Chiesa a prendere atto del problema pedofilia, e la dura presa di posizione di papa Benedetto XVI anche loro hanno deciso di non nascondere più nulla. Si sono ritrovati nell’Associazione sordi Antonio Provolo e poi si sono rivolti alla curia e ai vertici dell’Istituto. Una delle ultime lettere l’hanno indirizzata a monsignor Giampietro Mazzoni, il vicario giudiziale, ossia il magistrato del Tribunale ecclesiastico della diocesi di Verona. È il 20 novembre 2008: “I sordi hanno deciso di far presente a Sua Eminenza il Vescovo quanto era loro accaduto. Nella stanza adibita a confessionale della chiesa di Santa Maria del Pianto dell’Istituto Provolo, alcuni preti approfittavano per farsi masturbare e palpare a loro volta da bambine e ragazze sorde (la porta era in quei momenti sempre chiusa a chiave).
I rapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle camere dei preti e nei bagni sia all’Istituto Provolo di Verona che al Chievo e, durante il periodo delle colonie, a Villa Cervi di San Zeno di Montagna”. E ancora: “Come non bastasse, i bambini e ragazzi sordi venivano sottoposti a vessazioni, botte e bastonature. I sordi possono fare i nomi dei preti e dei fratelli laici coinvolti e dare testimonianza”. Seguono le firme: nome e cognome di 67 ex allievi.
Le storie
I protagonisti della denuncia citano un elenco di casi addirittura molto più lungo, che parte dagli anni Cinquanta. Descrivono mezzo secolo di sevizie, perfino sotto l’altare, in confessionale, dentro ai luoghi più sacri.
Quei bambini oggi hanno in media tra i 50 e i 70 anni: il più giovane compirà 41 anni fra pochi giorni. Qualcuno dice di essere stato seviziato fino quasi alla maggiore età. Gli abusi, raccontano, avvenivano anche in gruppo, sotto la doccia. Scene raccapriccianti, impresse nella loro memoria. Ricorda Giuseppe, che come tutti gli altri ha fornito a ’L’espresso’ generalità complete: “Tre ragazzini e tre preti si masturbavano a vicenda sotto la doccia”. Ma la storia più angosciante è quella di Bruno, oggi sessantenne, che alla fine degli anni Cinquanta spiccava sugli altri bambini per i lineamenti angelici: era il ’bello’ della sua classe. E solo ora tira fuori l’incubo che lo ha tormentato per tutta la vita: “Sono diventato sordo a otto anni, a nove frequentavo il Provolo che ho lasciato a 15 anni. Tre mesi dopo la mia entrata in istituto e fino al quindicesimo anno sono stato oggetto di attenzioni sessuali, sono stato sodomizzato e costretto a rapporti di ogni tipo dai seguenti preti e fratelli.”. Ha elencato 16 nomi. Nella lista anche un alto prelato, molto famoso a Verona: due sacerdoti del Provolo avrebbero accompagnato Bruno nel palazzo dell’ecclesiastico.
“Era il 1959, avevo 11 anni. Mi ha sodomizzato e preteso altri giochi sessuali. È stata un’esperienza terribile che mi ha procurato da adulto gravi problemi psicologici”.
Il dramma
Un altro ex allievo, Guido, dichiara di essere stato molestato da un prete: “Avveniva nella sua stanza all’ultimo piano. E mi costringeva a fare queste cose anche a Villa Cervi durante le colonie estive e al campeggio sul lago di Garda”. Carlo è rimasto all’istituto dai 7 ai 18 anni, e chiama in causa un altro sacerdote: “Mi costringeva spesso con punizioni (in ginocchio per ore in un angolo) e percosse (violenti schiaffi e bastonature) ad avere rapporti con lui”. Altre volte si sarebbe trattato di bacchettate sulle mani, mentre di notte “nello stanzone dove dormivo con altri sordi spesso mi svegliava per portarmi nei bagni dove mi sodomizzava o si faceva masturbare. Non ho mai dimenticato”.
Sono racconti simili. Tragedie vissute da bambini di famiglie povere, colpiti dalla sordità e poi finiti tra le mura dell’istituto; drammi tenuti dentro per decenni. Ricostruisce Ermanno: “La violenza è avvenuta nei bagni e nelle stanze dell’Istituto Provolo e anche nella chiesa adiacente”. “Se rifiutavo minacciava di darmi un brutto voto in condotta, questi fatti mi tornano sempre in mente”, scrive un altro. Giuseppe qualche volta a Verona incontra il suo violentatore, “ancora oggi quando lo vedo provo molto disagio. Non sono mai riuscito a dimenticare”. Stando alle denunce, le vittime erano soprattutto ragazzini. Ma ci sono anche episodi testimoniati da bambine. Lina ora ha cinquant’anni, è rimasta “all’istituto per sordomuti dai sei ai 17 anni. A tredici anni nella chiesa, durante la confessione faccia a faccia (senza grata), il sacerdote mi ha toccata il seno più volte. Ricordo bene il suo nome. Io mi sono spaventata moltissimo e da allora non mi sono più confessata”. Giovanna scrive che un altro prete “ha tirato fuori il membro e voleva che lo toccassi”. E per molte ragazzine i fatti avvenivano nella chiesa dell’istituto, sotto l’altare. A qualcuna, però, è andata molto peggio.
Gli esposti
Oggi l’Istituto Antonio Provolo ha cambiato completamente struttura e missione. Le iniziative per il sostegno ai sordomuti sono state ridimensionate e vengono finanziate anche dalla Regione Veneto. Adesso l’attività principale è il Centro educativo e di formazione professionale, gestito interamente da laici, che offre corsi d’avanguardia per giovani ed è specializzato nella riqualificazione di disoccupati. Al vertice di tutto ci sono sempre i religiosi della Congregazione della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti, che dipendono direttamente dalla Santa Sede. Alla Congregazione si sono rivolti gli ex allievi chiedendo l’allontanamento dei sacerdoti chiamati in causa. Secondo la loro associazione, “c’è già stata più di un’ammissione di colpa“. La più importante risale al 2006, quando don Danilo Corradi, superiore generale dell’Istituto Provolo, avrebbe incontrato più di 50 ex allievi. Secondo l’Associazione, il superiore a nome dell’Istituto avrebbe chiesto 12 volte scusa per gli abusi commessi dagli altri religiosi. I testimoni ricostruiscono una riunione dai toni drammatici: don Corradi che stringe il capo fra le mani, suda, chiede perdono, s’inginocchia. Ma i sordomuti avrebbero preteso l’allontanamento dei sacerdoti coinvolti, senza ottenerlo. A ’L’espresso’ don Danilo Corradi fornisce una versione diversa: “Ho sentito qualcosa, ma io sono arrivato nel 2003 e di quello che è successo prima non so. Non rispondo alle accuse, non so chi le faccia: risponderemo dopo aver letto l’articolo”.
La Curia
Da quasi due anni gli ex allievi si sono appellati anche alla Curia di Verona, informandola nel corso di più incontri. Il presidente della Associazione sordi Antonio Provolo, Giorgio Dalla Bernardina, ne elenca tre: a uno hanno preso parte 52 persone. E scrive al vescovo: “Nonostante i nostri incontri in Curia durante i quali abbiamo fatto presente anche e soprattutto gli atti di pedofilia e gli abusi sessuali subiti dai sordomuti durante la permanenza all’istituto, a oggi non ci è stata data alcuna risposta”. L’ultima lettera è dell’8 dicembre 2008. Pochi mesi prima, a settembre, avevano fatto l’ennesimo tentativo, inviando una raccomandata al vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti. Senza risposta, “nonostante le sue rassicurazioni e promesse di intervento”. Questa missiva è stata firmata da tre associazioni di sordi: Associazione Sordi Antonio Provolo, Associazione non udenti Provolo, Associazione sordi Basso Veronese-Legnago.
Il vescovo, interpellato da ’L’espresso’, replica con una nota scritta: “Il Provolo è una congregazione religiosa. In quanto tale è di diritto pontificio e perciò sotto la giurisdizione del Dicastero dei religiosi. La diocesi di Verona, sul cui territorio è sorta la Congregazione, apprezza l’opera di carattere sociale da essa svolta in favore dei sordomuti”. Poi monsignor Giuseppe Zenti entra nel merito: “Per quanto attiene l’accusa di eventuale pedofilia, rivolta a preti e fratelli laici, che risalirebbe ad alcune decine di anni fa, la diocesi di Verona è del tutto all’oscuro. A me fecero cenno del problema alcuni di una Associazione legata al Provolo, ma come ricatto rispetto a due richieste di carattere economico, nell’eventualità che non fossero esaudite. Tuttavia a me non rivolsero alcuna accusa circostanziata riferita a persone concrete, ma unicamente accuse di carattere generico. Non ho altro da aggiungere se non l’impegno a seguire in tutto e per tutto le indicazioni contenute nel codice di diritto canonico e nelle successive prese di posizione della Santa Sede. Nella speranza che presto sia raggiunto l’obiettivo di conoscere la verità dei fatti”.
L’Associazione sordi Antonio Provolo risponde al vescovo negando qualunque ricatto o interesse economico: “Gli abbiamo soltanto fatto presente i problemi, noi vogliamo che quei sacerdoti vengano allontanati perché quello che hanno fatto a noi non accada ad altri”.
Il papa ha ‘occultato’ l’inchiesta sugli abusi sessuali
di Jamie Doward
Una lettera confidenziale rivela che Joseph Ratzinger ordinò ai vescovi di non svelare gli abusi sessuali su minori perpetrati da ecclesiastici.
Papa Benedetto XVI ha dovuto recentemente far fronte alle dichiarazioni che lo accusano di aver “ostacolato la giustizia”, in riferimento alla sua volontà di mantenere segreta l’inchiesta interna della Chiesa cattolica sullo scandalo degli abusi sessuali su minori.
L’ordine venne impartito tramite l’invio di una lettera segreta – di cui l’Observer è entrato in possesso – inviata nel maggio del 2001 ad ogni vescovo della Chiesa cattolica.
Nella lettera si affermava come la Chiesa dovesse riservarsi il diritto di non rendere pubbliche le proprie indagini per fino a 10 anni dal momento in cui le vittime degli abusi avessero raggiunto l’età adulta. La lettera portava la firma del cardinale Joseph Ratzinger, il successore di Giovanni Paolo II.
I legali delle vittime hanno dichiarato che questa iniziativa aveva un duplice obiettivo: evitare che le ipotesi di reato diventassero di pubblico dominio e impedire che gli organi di polizia ne venissero a conoscenza. Gli avvocati accusano Ratzinger di aver commesso una chiara azione di ostacolo al normale corso della giustizia.
La lettera, che menzionava il compimento di ‘peccati molto gravi’, fu inviata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio vaticano di fatto erede della Santa Inquisizione, per lungo tempo diretto da Ratzinger. Veniva chiaramente illustrata la posizione della Chiesa in merito a diverse questioni, dalla celebrazione del sacramento dell’eucarestia non da parte di cattolici alle molestie sessuali perpetrate da clericali nei confronti di minorenni.
La lettera di Ratzinger affermava che in questi casi la Chiesa poteva legittimamente rivendicare una propria autonoma giurisdizione.
La lettera affermava che la ‘giurisdizione’ della Chiesa doveva avere inizio dal giorno in cui il minore avesse compiuto i 18 anni d’età e, inoltre, per i successivi 10 anni.
Essa prevedeva come i resoconti delle ‘indagini preliminari’ su ogni singolo caso di abuso dovessero essere inviate all’ufficio di cui Ratzinger era a capo, il quale si riservava l’opzione di riferirne a speciali tribunali privati, al cui interno le cariche di giudice, pubblico ministero, notaio e rappresentante legale venivano ricoperte esclusivamente da ecclesiastici.
‘Situazioni di questo tipo sono coperte dal segreto pontificio’, concludeva la lettera di Ratzinger. L’infrazione del segreto pontificio in qualsiasi momento del periodo dei dieci anni di giurisdizione della Chiesa veniva intesa come una grave azione, perseguibile anche attraverso la minaccia di scomunica.
Della lettera di Ratzinger si è fatto riferimento in una causa avviata contro una chiesa del Texas all’inizio di quest’anno, a difesa di due giovani vittime di abusi. I legali hanno accusato Ratzinger di aver cospirato per ostacolare il corso della giustizia.
Daniel Shea, il legale delle due vittime che ha divulgato la lettera, ha affermato: “La lettera si commenta da sola. Bisognerebbe chiedersi: perché mai il segreto sulle indagini deve rimanere così a lungo? È un’ostruzione al normale corso della giustizia”.
Padre John Beal, professore di diritto canonico all’Università Cattolica degli Usa, nel corso della propria deposizione l’otto aprile dell’anno scorso, ha riferito sotto giuramento all’avvocato Shea come la lettera ampliasse i poteri di giurisdizione e di controllo della Chiesa sui crimini sessuali perpetrati da ecclesiastici.
La lettera di Ratzinger era stata co-firmata dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, il quale due anni fa rilasciò un’intervista nella quale accennava alla contrarietà della Chiesa nel consentire a soggetti esterni di indagare sui presunti abusi sessuali perpetrati. “Secondo il mio punto di vista, la richiesta secondo cui un vescovo debba essere obbligato a denunciare agli organi di polizia gli atti di pedofilia commessi da un prete è completamente infondata” disse Bertone.
L’avvocato Shea ha contestato l’ordine secondo il quale i presunti casi di pedofilia debbano essere giudicati solo da tribunali segreti. “Essi impongono procedure di riservatezza. Se le agenzie di investigazione scoprono il caso, possono occuparsene. Ma non si può indagare su un caso se non lo si scopre mai. Se si impone di mantenere il riserbo prima per diciotto anni e poi per altri dieci, i responsabili la faranno franca”, ha aggiunto.
Un portavoce dell’ufficio stampa del Vaticano ha rifiutato di commentare ciò che è stato detto sul contenuto della lettera. “Non trattandosi di un documento pubblico, non è possibile parlarne” ha detto.
BUIO PSICHICO E DELIRIO PREISTORICO NELLA ROMA DELLA FINE DEL 2005 d. C.!!!
di Federico La Sala *
Senza Amore, e tuttavia in nome dell’Amore, la gerarchia della chiesa cattolico-romana continua a pontificare sulla sabbia e sul nulla, magnificando le sorti progressive della sua volontà di potenza e di morte!!!.
Il nome di Dio, ma senza Dio, continua a ripetere il ritornello dell’embrione come persona, sin dal suo primissimo concepimento, e dell’aborto come un “massacro di dimensioni enormi”. Come e ancora di fronte a Galileo Galilei, non sapendo nulla di “come va il cielo” e “come va la natura”, e non sapendo più e neppure di “come si va in cielo” e di “come si va nel regno di Dio”, i gerarchi ripetono ossessivamente mezze verità e mezze falsità!!! Non avendo capito e accolto – fin dall’inizio (da Costantino e dal IV sec.)
la buona-novella, il messaggio eu-angelico, perseverano, in modo faraonico e farisaico, a confondere diabolicamente le acque e a scambiare il passato con il presente e il futuro!!!
Negano l’Alleanza e si pongono al posto di Dio, in modo luciferino!!! “In principio [arché] era il Logos” è la conoscenza e la rivelazione del “Dio che cammina con noi” – tutti e tutte, con l’intera umanità, da Adamo ed Eva a Giuseppe e Maria, e da tutte le innumerevoli generazioni dei nostri padri e delle nostre madri di tutte le culture di tutta la Terra!!!
La lezione del Figlio di Dio ha chiarito e rinnovato il senso dell’Arca e dell’Alleanza, di Noè come di Mosè, e rivelato definitivamente che il Nome di Dio è Amore e che Aore è “lo spirito di Dio” che tiene insieme, fa diventare Uno, e rende i “due cherubini” figli e co- genitori dei figli e delle figlie del loro stesso Amore, e dello stesso Spirito …. Contro e senza i “due cherubini” (dell’Arca dell’Alleanza), esseri naturali trasfigurati in esseri umano-divini dalla illuminazione e scoperta dell’Amore dentro di sé e, fuori di sé, dentro l’altro/a, l’embrione è solo un embrione, una pietra è solo una pietra, la sabbia è solo la sabbia, e tutti i documenti e le dichiarazioni dei funzionari della Burocrazia Vaticana restano e resteranno solo come documenti e dichiarazioni di un’epoca di buio psichico e di delirio preistorico, del tempo in cui i cosiddetti funzionari di Dio seminavano solo vento e zizzania nei cuori degli uomini, delle donne, e dei bambini e delle bambine di tutta la Terra !!!
La diocesi di Los Angeles paga la cifra record. Gli abusi compiuti dai suoi sacerdoti su una ragazza di 16 anni E il cardinale Mahony rivela: un anno fa aggredito da un uomo inferocito per lo scandalo pedofilia nella Chiesa
Usa, violentata da sette preti
risarcita con 500mila dollari *
LOS ANGELES – Violentata per anni da sette preti, ha vinto un risarcimento record. Rita Milla, che oggi ha 46 anni, ha subito violenze sessuali a partire dall’età di 16 anni; ma oggi l’arcidiocesi di Los Angeles, retta dal cardinale Roger Mahony, ha dovuto tirare fuori dalle proprie casse mezzo milione di dollari. E lo stesso cardinale ha fatto le spese in prima persona della rabbia della gente sconvolta per gli scandali sessuali in cui è rimasta coinvolta la Chiesa californiana: lo scorso anno Mahony è stato vittima di un’aggressione violenta da parte di un uomo per strada, secondo quanto hanno raccontato alcuni sacerdoti con cui il cardinale si confidò.
Il caso di Rita Milla, riferito dalla rete tv Cbs e finito su tutte le prime pagine dei giornali americani, è particolarmente crudo: la donna ha una figlia da uno di questi sacerdoti, mentre un altro aveva cercato di farla abortire dandole il denaro per recarsi nelle Filippine dove mettere in atto l’interruzione della gravidanza.
Per la diocesi di Los Angeles è solo l’ultimo capitolo di una lunga serie di abusi sessuali: di recente la Chiesa della metropoli californiana ha pagato ingenti risarcimenti per centinaia di casi di violenze e molestie sessuali di cui si sono resi colpevoli negli anni sacerdoti del proprio clero. L’aggressione del cardinale Mahony si colloca in questo contesto: è avvenuta lo scorso anno, proprio dopo un patteggiamento di 660 milioni di dollari per gli abusi sessuali compiuti su oltre 500 minori della comunità. E’ stato il maggiore ad essere mai stato pagato negli Stati Uniti per un caso di questo tipo. L’aggressione di Mahony, finora rimasta segreta, è stata riferita da alcuni preti che erano presenti all’incontro in cui lui la raccontò. Nessun commento ufficiale arriva oggi da parte del cardinale, che, secondo i racconti, ci mise un mese per rimettersi dall’assalto.
E’ stata l’avvocato di Rita Milla, Gloria Allred, a rivelare alcuni particolari della vicenda giudiziaria. La donna aveva 16 anni quando il prete Santiago Tamayo cominciò a molestarla sessualmente e poi iniziò ad avere una relazione con lei. Quindi Tamayo le presentò altri sei sacerdoti che abusarano sessualmente di lei, e uno di essi la mise incinta.
Poco prima di morire, nel 1999, don Tamayo si scusò con la donna e fornì le prove che incastrarono gli altri preti colpevoli di aver compiuto violenze sessuali su Rita Milla. Ancora nel 2003 un tribunale dello Stato della California stabilì che il padre della figlia della donna era proprio un sacerdote, Valentie Tugade.
Sullo scandalo l’arcidiocesi di Los Angeles non ha voluto commentare, ma il cardinale Mahony ha rilasciato una dichiarazione con la quale ha voluto riconfermare l’impegno della Chiesa degli Stati Uniti nella protezione dei bambini e nella prevenzione degli abusi sessuali.
E’ solo dei giorni scorsi un altro caso di abusi sessuali aveva colpito la Chiesa americana. La diocesi di Davenport, nello Stato dell’Iowa, aveva accettato un accordo legale in base al quale dovrà sborsare 37 milioni di dollari a 156 vittime di abusi sessuali commessi dai suoi sacerdoti fra il 1930 e il 2003.
* la Repubblica, 5 dicembre 2007.
Le mele marce impazzano
Aumenta a dismisura il numero dei vescovi beccati mentre si comportavano in modo poco consono al loro ruolo e costretti alle dimissioni.
Il sesso si sta facendo strada a tutti i livelli persino nelle strutture clericali che sembravano destinate a esserne indenni. Respinto finora al grido “Vade retro, Satana”, oggi ha vinto la sua millenaria battaglia, conseguendo l’ambizioso obiettivo di distruggere la dignità dei prelati che occupano gli scranni più alti nella scala gerarchica. Da un timeline del sito dei “Sopravvissuti agli abusi del clero”, che riporta notizie riprese dai network di tutto il mondo, apprendiamo che il frutto proibito è così gustoso che neppure i vescovi riescono più a resistere al suo richiamo. Costoro sceglievano le persone da violentare tra donne sole, preti sottomessi, orfani, genitori vhe vivevano nella miseria più nera e parrocchiane bisognose di affetto. Hanno abusato dei preti che dipendevano da loro, ad esempio, Patrick Ziemann, Rembert Weakland, Bernard Law e Julius Paetz. Il primo è stato accusato da un prete che aveva rubato i fondi della parrocchia di averlo sodomizzato per punirlo di quanto aveva fatto, ma il vescovo ha obiettato che col tempo la relazione era diventata consensuale, come se questo costituisse una esimente. Il secondo ha messo a tacere con 450.000 dollari un suo dipendente che aveva violentato attirandolo in una trappola. Gli altri due si sono limitati a molestare un discreto numero di preti che appartevano alla loro parrocchia.
Hanno ingravidato le loro parrocchiane, tradendo la loro fiducia, Eugene Marino, Robert Sanchez, James Mc Carthy, HansJoerg Vogel, Robert Wright. Sono stati condannati per pedofilia Keith Symmons, Antony O’ Connell, Kendrick Williams, Hubert O’ Connor, Hans Herman Groer e Edgardo Storni, per aver perseguitato per anni ragazzi e ragazze, studenti e seminaristi di tutte le età e appartenenti a tutte le parrocchie dei dintorni. Sono stati accusati di aver nascosto gli abusi dei loro preti Thomas O’ Brien, Alfonso Penney, John Aloysius Ward e Brendon Komiskey. Casi particolari sono quelli di Eamon Casey e Franziscus Eisenback. Il primo ha confessato di aver comprato il silenzio della madre di un bambino di cui si era incapricciato e il secondo ha approfittato di una donna che fingeva di esorcizzare.
La stranezza dei comportamenti e gli eccessi a cui si sono lasciati andare prelati tenuti nella più alta considerazione per la loro specchiata condotta fa pensare ai crolli morali improvvisi e spaventosi che preannunciano la fine di una civiltà.
NOSTRO COMMENTO: Queste scene sono strazianti e ricordano un triste periodo della nostra storia a tutti noto. Il Papa è stato in Africa a far visita. Non basta andare in Africa e fare visita. La gente se ne frega del Papa che alza le mani al cielo e fà promesse invocando l’aiuto di Dio che non l’ascolta.. La gente in Africa convive con la MORTE. Qualsiasi momento è quello buono per MORIRE. Il Papa vola con aerei ed elicotteri privati e con un codazzo di gente inutile. Gesù Cristo quando era tra la gente vestiva con dei cenci, mangiava con i poveri, ha donato la vita per gli altri. La stessa cosa ha fatto il poverello d’Assisi. La stessa cosa, a nostro avviso, dovrebbe fare la Chiesa. Il Vaticano possiede ricchezze ingenti che servono solo ad alimentare un clero inutile. Per non parlare dell’Opus Dei che , secondo quanto sostengono coloro i quali hanno avuto la sfortuna di farne parte, andrebbe chiusa e rivisitata da parte dell’autorità giudiziaria. Si pensi che i loro membri usano ancora il cilicio! E’ una vera vergogna! ED IL PAPA LO SA E NON FA’ NIENTE! Noi siamo cattolici. Crediamo in Dio. Ma, certamente, non crediamo nell’attuale Chiesa cattolica e meno che mai nel clero che la accompagna e consente, ancora, ad associazioni come l’Opus Dei di esistere (Cfr Ns articolo su Opus Dei).
NY FELLAS
tedbunker&tedbunker
Sex crimes and the Vatican è un documentario realizzato dal giornalista Colm O’Gorman nel 2006 e originariamente trasmesso dalla BBC all’interno dello show investigativo “Panorama”. Il reportage è stato girato per documentare gli abusi pedofili di alcuni membri del clero.
Il documentario dura 39 minuti ed è condotto da Colm O’Gorman, vittima di abusi sessuali in età adolescenziale. Questo video testimonia la presunta complicità della Chiesa cattolica nell’aver protetto molti preti pedofili con il documento emanato dalla Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione nel 1962, chiamato Crimen sollicitationis. Questo documento, che venne inviato a tutte le diocesi, sarebbe, sempre secondo il documentario, segretato negli Archivi segreti vaticani.
Il video fu trasmesso dalla BBC ad ottobre 2006. In Italia non era mai andato in onda. A maggio del 2007 fu sottotitolato in italiano dal blog Bispensiero.it e fu visto sul web da oltre cinque milioni di utenti [1][2]. La Rai, dopo svariate reazioni che miravano a non far mandare in onda il film, ha acquistato il documentario ed ha permesso alla trasmissione televisiva di Rai Due Anno Zero, condotta da Michele Santoro, di mandarlo in onda giovedì 31 maggio 2007. Alla trasmissione hanno partecipato esponenti della Chiesa, come monsignor Rino Fisichella, e lo stesso Colm O’Gorman.
Il documentario è stato oggetto di ampie critiche da parte di vari esponenti cattolici. Tra le principali[1]:
La condizione del Crimen sollicitationis il quale non era segreto ma riservato, poiché non può essere considerato segreto un documento inviato a tutti i Vescovi e Patriarchi del mondo.
La strumentalizzazione del dolore delle vittime da parte di Colm O’Gorman.
L’aver generalizzato accollando la responsabilità dei preti colpevoli anche a tutti gli altri preti estranei.
L’aver accusato la Chiesa di non aver fatto niente non riconoscendo l’esistenza in USA e Inghilterra di associazioni create dai Vescovi per aiutare le vittime degli abusi, esistenza delle associazioni poi riconosciuta anche dallo stesso Colm O’Gorman.
Altre critiche sono arrivate dal quotidiano Avvenire con un articolo di Massimo Introvigne [2]
La lettera De delictis gravioribus, firmata dal cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 18 maggio 2001 viene presentata dalla Bbc come un documento segreto, mentre fu immediatamente pubblicata sul bollettino ufficiale della Santa Sede presente anche sul sito istituzionale.
Il non spiegare che la De delictis gravioribus ha l’unico scopo di dare esecuzione pratica alle norme promulgate con la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela di Giovanni Paolo II, del precedente 30 aprile.
«Il lasciar intendere che quando la Chiesa afferma che i processi relativi a certi delicta graviora («crimini più gravi»), tra cui alcuni di natura sessuale, sono riservati alla giurisdizione della Congregazione per la dottrina della fede, intende con questo dare istruzione ai vescovi di sottrarli alla giurisdizione dello Stato e tenerli nascosti.»
L’aver lasciato intendere che il Crimen sollicitationis si occupi solo degli abusi sui bambini, avendo il documentario trattato solo il paragrafo 73, ed essendo invece più ampio come “dei sacerdoti che abusano del sacramento della confessione per intessere relazioni sessuali con le loro penitenti” o del crimen pessimus, cioè alla relazione sessuale di un sacerdote «con una persona dello stesso sesso» perciò di vari crimini e non solo di pedofilia.
L’aver affermato che «la Crimen sollicitationis aveva lo scopo di coprire gli abusi avvolgendoli in una coltre di segretezza tale per cui la pena per chi rompe il segreto è la scomunica immediata». È precisamente il contrario: il paragrafo 16 impone alla vittima degli abusi di «denunciarli entro un mese» sulla base di una normativa che risale al 1741.
Infine Tom Doyle che ha collaborato con l’autore del documentario, ha affermato in una lettera del 13 ottobre 2006, a John L. Allen, (vaticanista statunitense), che «benché abbia lavorato come consulente per i produttori del documentario, temo proprio che alcune distinzioni che ho fatto a proposito del documento del 1962 siano andate perdute. Non credo né ho mai creduto che quel documento sia la prova di un complotto esplicito, nel senso convenzionale, orchestrato dai più alti responsabili del Vaticano per tenere nascosti casi di abusi sessuali perpetrati dal clero».
Un video della BBC (con sottotitoli in italiano) che ognuno dovrebbe vedere per capire come le gerarchie ecclestiastiche della chiesa cattolica romana coprono i preti pedofili. Testimonianze dirette di pesone violentate da preti. Le prove che Ratzinger, quando era cardinale, sapeva dei crimini commessi da molti preti sui bambini in America ma comandò che i fatti fossero tenuti segreti. Un video veramente scioccante, che deve essere fatto conoscere anche ai Cattolici Romani. http://www.ildialogo.org/Ratzinger/pretipedofili/SexCrimesandVaticans.avi
NOSTRO COMMENTO: Ci chiediamo: perché mai l’autorità competente e preposta a reprimere i reati, quando casi del genere accadono in Italia non interviene e tollera che la Chiesa mandi tutto nel dimenticatoio? E’ una vera vergogna! Ancora si nascondono reati del genere. Non è vero che il pedofilo è persona malata – lo sono solo pochi casi ben individuati – il pedofilo, a Nostro avviso, è semplicemente UN GRAN MAIALE a cui andrebbe somministrata una sonora passata di LEGNATE ed andrebbero asportati gli organi preposti ai rapporti sessuali. Solo così gli passava subito la voglia di commettere degli altri reati. Ma come si fà a proteggere simili PORCI. La mia mente si rifiuta di andare oltre! Molte volte la legge del taglione appare quanto mai attuale di fronte a simili aberrazioni.
Le vicende della pedofilia nell’ambito della Chiesa cattolica non sono né recenti né nuove. Ne hanno parlato i Media anni addietro. In Usa hanno avuto il loro culmine. Ne parliamo anche Noi oggi per dare il Ns modesto contributo e per non fare cadere nel dimenticatoio fenomeni così gravi che avvengono nell’ambito delle istituzioni di cui Noi facciamo parte come Cattolici.
La pedofilia è una forma di devianza sessuale che si estrinseca nell’attrazione sessuale da parte di un soggetto sessualmente maturo (sic!) nei confronti di soggetti che invece non lo sono ancora: bambini, preadolescenti e minorati. Il soggetto maggiorenne che dovrebbe essere sessualmente maturo, a nostro avviso, non lo è affatto. Si porta dietro nell’inconscio disturbi della psiche che risalgono ad eventi dell’età puberale. Il Pedofilo è un soggetto sessualmente malato, nel senso che non ha avuto in età puberale un corretto sviluppo sessuale. La conseguenza del suo status porta il pedofilo ad avere dei rapporti con soggetti di età di gran lunga inferiore alla loro: in genere bambini, preadolescenti ed anche minorati. I traumi che provocano i pedofili nei soggetti destinatari delle loro attenzioni sono irreversibili e lasciano, negli adulti che hanno avuto nell’infanzia storie con pedofili, fenomeni a carico della sfera emotiva, relazionale, sociale e di comportamento.
Dicevamo che i preti pedofili hanno scelto come campo di battaglia gli USA anche se non disdegnano altri Stati. Oltre un miliardo di dollari è il costo degli abusi sessuali sui minori per la Chiesa cattolica negli USA. Lo confermano arcivescovi americani e la stampa USA. A Boston è emerso che almeno 800 persone sono state abusate nell’arco di 60 anni da 250 tra preti ed altri operatori religiosi in quello che è stato definito dal Procuratore Generale del Massachusset uno scandalo “ai limiti dell’incredibile” per la sua ampiezza. La diocesi di San Diego è la quinta degli Stati uniti a dichiarare bancarotta. (Fonte: Osservatoriosullalegalità.org)
Un articolo in grande evidenza sul New York Times del 12 ottobre. Una causa civile promossa da 560 persone, i dossier riservati di 126 sacerdoti dell’Arcidiocesi Cattolica di Los Angeles, alcuni risalenti agli anni ‘30.
Accuse di comportamenti sessuali disdicevoli nei confronti di bambini, che testimoniano 75 anni di abusi. Segnalazioni di casi su casi, senza che la chiesa riuscisse a proteggere i propri parrocchiani.
Secondo il New York Times, in alcuni casi, il Cardinale Roger M. Mahony e i suoi predecessori, in grande riservatezza, indirizzavano i sacerdoti presso assistenti psicologici e successivamente li collocavano in nuovi incarichi, in altri casi, l’assistenza veniva offerta ai genitori per i loro bambini, con la raccomandazione di non far parola dell’accaduto.
Per anni – scrive il quotidiano – le denunce anonime sono state ignorate e ai preti e’ stato concesso il beneficio di ogni possibile dubbio. Raymond P. Boucher,avvocato dei promotori della causa, sostiene che le versioni dei dossier che sono state fornite dalla chiesa nell’estremo tentativo di far pulizia dopo le denunce, sono in realta’ versioni edulcorate, prive dei dettagli piu’ gravi contenuti nelle accuse, e monche delle risposte date dalla chiesa.
Si tratterebbe di atti di buona volonta’ tesi a definire una qualche forma di transazione: una forma di pubbliche relazioni, adesso che i primi casi stanno per arrivare in tribunale. Secondo Boucher “i dossier completi dimostrerebbero quanto il problema fosse profondo e pervasivo, e quanto la chiesa ponesse i propri interessi davanti a quelli dei bambini e delle altre persone che subirono molestie da parte dei sacerdoti”.
I dossier rivelerebbero che solo di recente la chiesa ha ammesso l’esistenza di comportamenti censurabili fra i propri componenti e ha agito di conseguenza, con la necessaria decisione per cercare di arginarli.
L’arcidiocesi di Los Angeles e’ la piu’ grande degli Stati Uniti. Finora i casi denunciati di abusi su minori erano pochissimi, ma dopo lo scandalo scoppiato a Boston, dove vennero denunciati piu’ di 500 membri della chiesa e i risarcimenti ammontarono a 85 milioni di dollari, la chiesa di Los Angeles ha ricevuto centinaia di segnalazioni, che hanno coinvolto piu’ di 250 persone fra sacerdoti e altri lavoratori delle sue istituzioni.
I tentativi di accordo stragiudiziale attualmente in atto riguardano circa la meta’ di queste persone. Secondo Michael Hennigan, avvocato dell’arcidiocesi, i dossier con i documenti che la chiesa vuole rendere noti saranno pubblicati sul sito della stessa arcidiocesi oppure su un sito gestito dagli avvocati.
Mentre la diocesi di Boston e’ stata costretta a chiudere non poche scuole e parrocchie per finanziare i risarcimenti dei danni, l’arcidiocesi di Los Angeles, secondo l’avvocato Hennigan, dovrebbe avere risorse e polizze assicurative sufficienti ad affrontare le spese per le transazioni.
Tod Tamberg, portavoce dell’arcidiocesi, ha dichiarato che “cio’ che la chiesa sta cercando di fare e’ riparare il danno fatto e assicurare, per quanto umanamente possibile, che non accada piu’”. Ha detto anche che “tutto questo triste capitolo nella storia della Chiesa costituisce un’opportunita’ di purificazione”. (Fonte: Stati Uniti : decenni di abusi di preti pedofili
di Giulia Alliani da Osservatoriosullalegalità.org.)
Quella di San Diego e’ la quinta diocesi degli Stati Uniti a dichiarare bancarotta. “Sono sbalordita. Questo e’ il sistema contabile piu’ bizantino che io abbia mai visto” ha esclamato la giudice Louise DeCarl Adler, che mercoledi’ ha imposto alla diocesi un revisore esterno.
Alla corte erano giunte segnalazioni secondo le quali le autorita’ ecclesiastiche stavano cercando di nascondere alcuni assets con l’intento di evitare di pagare i dovuti risarcimenti alle presunte vittime di abusi sessuali da parte di rappresentanti del clero.
Dopo aver prospettato alla diocesi un’eventuale incriminazione per oltraggio alla corte per aver fornito una falsa rappresentazine dei fatti e avere forse violato la legislazione sulla bancarotta, la giudice ha criticato gli avvocati della chiesa per non aver incluso nei documenti previsti ben 770 conti correnti bancari.
Secondo il magistrato i tre avvocati si sarebbero accordati con le parrocchie per creare dei nuovi conti separati da quelli della diocesi.
Gli avvocati delle presunte vittime accusano la chiesa di effettuare ripetuti tentativi di ridurre la somma disponibile per gli eventuali risarcimenti. Duecento milioni di dollari costituiscono la somma ritenuta congrua per una riparazione. ( F USA : preti pedofili , giudice mette sotto controllo patrimonio chiesa di Giulia Allianonte: sito: Osservatoriosullalegalità.org)
Questi casi documentano – senza ombra di dubbio – come la Chiesa invece di attivarsi tempestivamente ad espellere dal suo interno il clero pedofilo, abbia palleggiato tale situazioni per anni, perpetuando così gli abusi ed i reati del clero incriminato – rendendosi complice – senza intervenire – di quanto commesso dai religiosi pedofili. Avrebbe, invece, dovuto affidarli, immediatamente, alle competenti autorità civili per il seguito di competenza. Certo, questa dei preti pedofili è una pagina che certamente non fà onore alla Chiesa e, meno che mai, all’attuale Pontefice, Joseph Ratzinger che, se non fosse stato eletto Papa, sarebbe stato sotto processo negli USA. Come non fà onore l’Opus Dei che è peggio dei preti pedofili. Ma di questo ne abbiamo già parlato in un Ns articolo su questo sito. Sulla pedofilia guarda pure il video di Pino Nicotri, cliccando nella Categoria Chiesa.-